Prendiamo una sberla dopo l’altro, però abbiamo Tajani

 Tajani, foglia di fico sui nostri fallimenti, La Nuova Bussola Quotidiana, 19 gennaio 2016

La Commissione Europea ci boccia il bilancio, nella classifica delle 30 maggiori economie industriali del mondo presentata al World Economic Forum di Davos siamo al 27° posto, l’Alitalia è di nuovo sull’orlo del fallimento e anche la Luxotticasi è rifugiata all’estero e non sarà più quotata alla Borsa di Milano; però alla presidenza del Parlamento Europeo adesso c’è Tajani.

Si avverte qualcosa quantomeno qualcosa di patetico, per non dire di peggio, negli unanimi squilli di tromba con cui quasi tutti i giornali e telegiornali italiani hanno salutato l’elezione a tale carica dell’italiano Antonio Tajani. Ne siamo contenti per lui ma, rispetto a tutto quel che più sopra si ricordava, si tratta di un fatto nella sostanza irrilevante, la cui glorificazione allunga ulteriori ombre sul clima di regime che ormai predomina nella stampa del nostro Paese. L’elezione di Tajani al posto del dimissionario Martin Schulz non è altro che la conferma di un accordo di legislatura, peraltro già più volte siglato in precedenza, in forza del quale alla presidenza del Parlamento siede per i primi due anni e mezzo un esponente del gruppo parlamentare euro-socialista (che comprende anche il Pd italiano) e nei due anni e mezzo successivi un esponente euro-popolare (che comprende anche Forza Italia). In tale quadro il fatto che sia il candidato popolare che il candidato di bandiera socialista, rispettivamente Antonio Tajani e Gianni Pittella, fossero italiani è semplicemente un dettaglio di cronaca. Piuttosto ci si dovrebbe domandare come mai, da quando il Parlamento Europeo è elettivo, ci siano voluti circa trent’anni perché alla sua presidenza giungesse un nostro concittadino.

L’unico fatto nuovo era che questa volta il cambio della guardia, la cosiddetta “navetta”,  aveva rischiato qualche intoppo. Gli euro-socialisti si sono infatti rimangiati la “navetta” sostenendo che non potevano più accettare ci fosse un euro-popolare pure alla presidenza del Parlamento adesso che tanto la Commissione Europea quanto il  Consiglio dei capi di Stato e di governo hanno un presidente euro-popolare. Di qui un colpo di mano, poi fallito, del quale non a caso la stampa italiana aveva nei giorni scorsi dato notizia in modo per lo più incompleto e reticente: il prospettato passaggio dei 17 europarlamentari del Movimento 5 Stelle dal gruppo euroscettico EFDD presieduto da Nigel Farage, il “padre” della Brexit, al gruppo liberale europeo, ALDE, presieduto dal fiammingo Guy Verhofstadt. Rafforzato dall’arrivo dei “grillini”, l’ALDE sarebbe divenuto il proverbiale ago della bilancia.

Come si sa il piano non ha però funzionato perché molti euro-parlamentari liberali vi si sono opposti minacciando la secessione. E’ servito però indirettamente agli euro-popolari per raccogliere voti tra gli euro-scettici di Nigel Farage e i liberali di Verhofstadt quanti ne bastavano per garantire ugualmente l’elezione del loro candidato.  Se poi nel prossimo futuro dovessimo vedere dimettersi dalla presidenza del Consiglio dei Capi di Stato e di governo l’euro-popolare Donald Tusk, polacco ma sin qui sostenuto dalla Germania, oppure Jean-Claude Junker, presidente della Commissione, allora dovremmo concludere che dietro l’elezione di Antonio Tajani — che ha raccolto 351 voti su 713 votanti contro i 282 andati a Pittella – stanno pure accordi sotto banco fra i due gruppi maggiori.

Così stanno le cose. Che cosa c’entra tutto questo con il tripudio per l’elezione di Tajani a presidente del Parlamento Europeo? Non c’entra assolutamente nulla. Semplicemente l’occasione è stata presa al volo dall’ordine costituito della stampa italiana, sempre vicino all’area di centro-sinistra, per farne un…premio di consolazione a compenso della serie costante di bastonate che il nostro Paese sta prendendo in sede europea. Per questo giornali e telegiornali anche visceralmente anti-berlusconiani non esitano a chiudere non solo un occhio ma anche due sul profilo politico di Tajani, co-fondatore di Forza Italia e da sempre fedelissimo a Berlusconi. Beninteso, la sua è una posizione politica, non una colpa. Sorprende però che tale posizione politica sia improvvisamente divenuta accettabile anche agli occhi di chi ama spacciarla come un’ignominia. Chi avrebbe mai potuto immaginare che Tajani sarebbe divenuto una bandiera da sventolare anche per giornali come il Corriere e la Repubblica? Che in sede europea il governo sia alla canna del gas?

 

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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