Brexit: ripensare l’Unione Europea invece di perdere tempo a litigare con Londra

 May e gli gnomi di Bruxelles, La Nuova Bussola Quotidiana,  21 gennaio 2017

Ridurre a un battibecco di cortile l’intervento dell’altro ieri a Davos del primo ministro britannico Theresa May, con il suo annuncio del “radioso futuro” che si apre alla Gran Bretagna dopo l’ uscita dall’Unione Europea, e la reazione del  ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, con il suo “Non credo che possano iniziare un negoziato minacciandoci”, significa condannarsi a non capire che cosa sta succedendo in Europa, anzi  nel mondo.

Come si sta vedendo anche nel caso della nuova presidenza americana il circo massmediatico internazionale si sta sempre più chiudendo in un cerchio di luoghi comuni che va ripetendo come un pugile “suonato”, ormai incapace di rendersi conto di  cosa stia realmente accadendo. Lo conferma il fatto che in realtà a Davos Theresa May ha detto tutt’altro. Rivolgendosi non a caso al pubblico cosmopolita di grandi uomini d’affari  che il World Economic Forum raccoglie ogni anno nella celebre stazione turistica svizzera, il premier britannico ha rievocato, pur senza citarlo in modo esplicito, il passato imperiale della Gran Bretagna e i vantaggi  che ancora gliene derivano. E ha candidato Londra, pur sempre vicina all’Europa ma libera dall’Unione Europea, quindi dalla Germania, a “un nuovo ruolo di guida” nel mondo globalizzato in cui viviamo “in quanto massimo ed efficace promotore dell’impresa, del libero mercato e del libero scambio ovunque nel mondo.

Si può essere o non essere lieti di questo programma, ma innanzitutto occorre rendersene bene conto. Non foss’altro perché non sarebbe altrimenti possibile capire come l’Europa continentale, e il nostro Paese in particolare, possono conseguentemente riposizionarsi in sede internazionale.

“Sei mesi fa”, ha poi detto Theresa May, il popolo britannico ha deciso di “lasciare l’Unione Europea per abbracciare il mondo”. E ha scelto di “costruire una Gran Bretagna autenticamente globale”, che sia “il migliore amico e vicino dei nostri partners europei, ma anche un paese che va oltre i confini dell’Europa; un paese che si apre al mondo per costruire nuove relazioni sia con vecchi amici che con nuovi alleati”. E’ un concetto che il premier britannico aveva significativamente già affermato pochi giorni prima ricevendo a Londra Bill English, il nuovo primo ministro della Nuova Zelanda, il più remoto dei Paesi nati dalla colonizzazione inglese.  A Davos lo ha ribadito dicendo che la Gran Bretagna è “una grande, globale nazione commerciale che intende commerciare non soltanto in Europa ma anche al di là dell’Europa”. Perciò “il cuore del piano che ho avviato qualche giorno fa”, ha spiegato, “è la volontà di giungere a un consistente e ambizioso accordo di libero scambio tra Regno Unito e Unione Europea. Al di là di questo vogliamo pure essere liberi di stringere nuovi patti commerciali con vecchi amici e nuovi alleati in ogni parte del mondo. Sono lieta che abbiamo già in corso negoziati per futuri accordi commerciali con paesi come l’Australia, la Nuova Zelanda e l’India, mentre paesi tra cui la Cina, il Brasile e gli stati del Golfo hanno già manifestato il loro interesse a fare accordi commerciali con noi”.

Dal discorso si comprende tra l’altro che da mesi la diplomazia britannica è al lavoro in tutto il mondo per riattivare vecchi rapporti e avviarne di nuovi. Da un lato insomma Londra punta a capitalizzare l’eredità del suo passato imperiale e dall’altro a capitalizzare l’esperienza che le deriva  dai decenni  che ha trascorso dentro le istituzioni europee. Forte di tutto questo, ed evidentemente anche del suo rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, la Gran Bretagna di Theresa May si propone come un crocevia principale, se non come il crocevia principale di un’economia globalizzata che però non sia “selvaggia”. E in questo senso pensa a un nuovo ruolo dei governi nonché a una nuova responsabilità sociale della grande impresa.

Così stando le cose, quali prospettive si aprono all’Unione Europea? E’ questa la vera domanda che ora ci si deve porre, senza perdere tempo a dire che cosa la Gran Bretagna dovrebbe o non dovrebbe fare.  La Gran Bretagna se ne va, pronta per questo anche ad affrontare gli inevitabili disagi che ogni transizione porta con sé. E sta vivendo questo distacco dall’Europa continentale — cui corrisponde  un immediato rafforzamento dei suoi storici legami con gli Usa e con il resto del mondo di lingua inglese — come una riemersione della sua storica identità. Se ne va, e non la può fermare nessuno.  Conseguentemente, se vuol sussistere, l’Unione Europea va totalmente ripensata. Ecco il compito urgente che abbiamo di fronte, purtroppo ben superiore alle forze e alle visioni degli gnomi di Bruxelles, per non dire di quelli di Roma. Questo è il problema.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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