Con Trump l’atlantismo è finito: sarebbe il caso di rendersene conto

Con Trump finisce l’atlantismo, La Nuova Bussola Quotidiana, 26 gennaio 2017

L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca segna la fine esplicita dell’ “atlantismo”: sarebbe il caso di rendersene conto. L’ atlantismo in effetti era già finito con Obama. Fingere che ancora durasse faceva però tanto comodo a lui quanto ai leaders europei. Quindi, malgrado l’ormai evidente disimpegno degli Usa dall’Europa e dal Mediterraneo, all’ombra di una retorica sempre più lontana dalla realtà l’establishment europeo aveva continuato a cullarsi nell’illusione che non fossero finiti i tempi belli, iniziati nel 1949 con la firma del Patto Atlantico (oggi più noto col nome di Nato),  in cui gli Usa avevano così bisogno dell’alleanza dell’Europa occidentale da essere pronti a pagarne generosamente le spese anche al di là del dovuto. E avevano pure una tale abbondanza di mezzi da poterselo permettere.

Ribadendo quanto aveva preannunciato con interviste rilasciate alla vigilia della sua entrata in carica, nel suo discorso di insediamento il nuovo presidente americano ha detto in primo luogo che governerà avendo innanzitutto a cuore l’interesse nazionale del suo Paese. Sarebbe strano il contrario: è questo il primo dovere di qualsiasi uomo di governo di qualsiasi parte del mondo. L’interesse di ogni altro Stato ovviamente arriva dopo, anche se può imporsi nel quadro del comune dovere di edificare e garantire la pace, che è stabile solo se è fondata sulla giustizia. Siccome però dalla fine della Seconda guerra mondiale fino ad oggi gli Usa sullo scacchiere europeo si erano sempre preoccupati, seppur con decrescente vigore, di apparire con la maschera bonaria di Babbo Natale, il fatto che adesso con Trump ci dica “arrangiatevi!” ci fa un po’ impressione; o almeno fa impressione ai più ingenui o viceversa ai più legati agli Stati Uniti. In effetti la realtà delle relazioni tra Usa ed Europa è sempre stata un po’ meno bonaria di quanto volesse apparire, ma comunque  la maschera era credibile. Non si può dire lo stesso in altre parti del mondo, dall’America Latina all’Estremo Oriente, ma da noi era così.

Grazie a questo incondizionato interesse alla stabilità dell’Europa, fino ad anni recenti gli Stati Uniti si erano accollati la spesa della difesa strategica del continente europeo. Tale difesa era evidentemente orientata all’interesse degli Usa, che però allora coincideva ampiamente con quello dell’Europa.  Da tale stato di cose sono derivati enormi vantaggi in particolare per l’Europa occidentale che, anche grazie alla modesta spesa in armamenti, ha potuto non solo svilupparsi ma anche dotarsi di generosi sistemi di sicurezza sociale. Con Trump questa stagione finisce esplicitamente. In effetti la rete strategica in cui gli Stati Uniti hanno avvolto il mondo non verrà meno, ma coinciderà sempre più con la cosiddetta anglo-sfera, ossia  con la Gran Bretagna e i Paesi che sono i più stretti eredi del suo passato imperiale (è questo d’altra parte il caso  degli stessi Stati Uniti). Perciò, a parte il Nord America, tale rete assume, seppure alla scala planetaria, carattere sostanzialmente insulare o litoraneo. L’Europa continentale ne resta perciò fuori.

In questa nuova situazione l’Europa continentale, e quindi l’Ue che ne è ormai la massima parte,  o sta sulle sue gambe oppure, proprio perché molto popolosa e molto sviluppata,  diventa la preda designata delle attuali o future grandi potenze di medio sviluppo, come oggi sono la Russia e la Cina salvo nuovi ulteriori arrivi al momento non prevedibili. Nella condizione moderna – precisiamo — ciò implica non necessariamente la conquista  nel senso classico del termine. Può anche consistere in forme estese di assoggettamento economico-finanziario con tutte le loro varie conseguenze.  Non c’è bisogno per questo di immaginare malvage volontà di potenza. Nel campo delle relazioni internazionali vige la regola dell’equilibrio delle forze. Ogni Stato, ogni attore di politica internazionale deve occupare e tenere occupato il proprio spazio; e se viene meno provoca comunque un dissesto e quindi un’instabilità che può condurre a crisi e guerre. In questo senso l’Europa deve riscoprire e riassumere le proprie responsabilità non solo per interesse ma anche per dovere verso tutto il resto del mondo. Le due crisi in corso nella regione del Mar Nero e rispettivamente nel Vicino Oriente danno già drammatica prova dei contraccolpi negativi che la latitanza dell’Unione Europea sta provocando. E’ insomma quanto mai urgente che in Europa, che nell’Unione Europea ci si renda conto che l’atlantismo è finito; che ci si emancipi dalla mentalità che ne era derivata; che si delineino al più presto delle politiche internazionali adeguate alla nuova situazione.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Con Trump l’atlantismo è finito: sarebbe il caso di rendersene conto

  1. Normanno Malaguti ha detto:

    Ritengo che ciò che paventa l’acuto articolista, sia fondato se non si interverrà con l’acquisizione della Sovranità Monetaria dello Stato (leggi: dei cittadini di ogni singolo Stato). L’opera del non mai abbastanza lodato e apprezzato, prof. Giacinto Auriti a dieci anni dalla sua dipartita, ha efficacia solare per illustrare il problema, che risolto secondo le indicazioni del grande studioso abruzzese, porre fine alla più grande truffa economico/finanziaria degli ultimi quattro secoli.

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