Crisi italiana: quali prospettive dopo la sentenza con cui la Corte Costituzionale ha riscritto l’ “Italicum”

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano,  29 gennaio 2017

All’origine del nuovo capitolo della crisi italiana — che la Corte Costituzionale ha scritto a Roma pochi giorni fa modificando la legge elettorale nota col soprannome di “Italicum” —  c’è il regime “parlamentare puro” che, dalla nascita della Repubblica nel 1946-47, caratterizza il sistema politico italiano. In forza di esso il governo nazionale, ossia centrale, non viene eletto dal popolo bensì dal parlamento. Come in Germania così in Italia, repubbliche nate entrambe subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale sulle ceneri del nazismo e del fascismo, ciò si volle per sbarrare la strada al ritorno di dittatori nella presunzione che il popolo non fosse capace di farlo con le sue sole forze. Mentre però a norma della Costituzione tedesca un governo in carica non può essere fatto cadere se non ce n’è un altro pronto a sostituirlo, a norma  della Costituzione italiana una maggioranza parlamentare può far cadere un governo in carica anche se non è in grado di dar vita e sostegno a un nuovo governo.

A questo grave difetto, fonte per decenni di grande instabilità dei governi, il rimedio più logico e più democratico sarebbe stato o l’introduzione di una meccanismo come quello tedesco oppure l’elezione diretta del premier da parte del popolo. Finché tuttavia durò la Guerra fredda Usa-Urss (1949-1991) alla grande instabilità dei governi non aveva corrisposto in Italia altrettanta instabilità politica. Suppliva infatti l’ “ingessatura” imposta all’Italia dalle due super-potenze.  Finita la Guerra fredda, e quindi venuta meno l’”ingessatura” di cui  si diceva, il problema divenne urgente, tanto più che, sia in Italia che altrove, si entrò in una fase storica caratterizzata da schieramenti politici spesso poco distanti l’uno dall’altro in quanto a consenso popolare, e quindi in quanto a numero di seggi nelle Camere.

Invece però di affrontare la questione nel modo più logico e più democratico di cui si diceva, in Italia si preferì imboccare la strada dei “premi di maggioranza”. Si puntò cioè a introdurre  meccanismi elettorali in forza dei quali al partito o alla coalizione che ha la maggioranza relativa del voto popolare si attribuisce in parlamento una maggioranza assoluta dei seggi. Si immaginava così di favorire la formazione di maggioranze parlamentari forti e stabili in grado di sostenere governi di lunga durata. In realtà non è stato così perché le maggioranze artificiali che ne derivano finiscono per contenere al loro interno le differenze e quindi i conflitti che artificialmente si erano voluti sommergere. La legge elettorale viene  inoltre ad essere stabile fonte di scontro politico. Essendo infatti uno strumento di distorsione della volontà popolare, secondo come questa viene distorta si favorisce questo o quel partito, questa o quella coalizione.

Con il 1993 inizia così una sequenza di leggi elettorali…a geometria variabile.  Le prime furono le “leggi Mattarella” (leggi 4 agosto 1993, n. 276 e 277) dal nome del loro relatore, allora membro del Senato e oggi presidente della Repubblica. Il politologo Sartori, nota firma del Corriere della Sera, le soprannominò ironicamente “Mattarellum”, con parola dal tono vagamente latino, dando il via a una moda che dura fino ad oggi. A tutte le successive leggi in materia è stato infatti dato un nomignolo latineggiante. Il Mattarellum — che sostituì il sistema rigorosamente proporzionale in vigore al 1946 — era un sistema maggioritario a turno unico per la ripartizione del 75% dei seggi parlamentari. Su base regionale per il Senato e nazionale per la Camera il rimanente 25% dei seggi veniva poi attribuito ai più votati tra i non eletti; i partiti che non avevano raggiunto almeno il 4 per cento dei voti non entravano alla Camera.

Nel 2005 il “Mattarellum” venne sostituito dal “Porcellum”, una nuova legge presentata dall’allora ministro delle Riforme Roberto Calderoli (Lega Nord).  La legge venne chiamata così perché il suo stesso presentatore parlando in televisione la definì una “porcata”. Il “Porcellum” era una legge con premio di maggioranza e liste bloccate: toglieva cioè agli elettori la possibilità di scegliere con un voto detto di “preferenza” chi mandare in parlamento. L’elezione avveniva automaticamente in base alla posizione dei candidati nella lista. Se a un partito in un certo collegio andavano quattro seggi diventavano parlamentari i primi quattro candidati in lista e così via. Nel 2014 questa legge venne però modificata dalla Corte Costituzionale che, dichiarandone la parziale illegittimità costituzionale, abrogò il premio di maggioranza e introdusse la possibilità di esprimere una preferenza; una sola però invece delle preferenze multiple della legge del 1946.  Il “Porcellum” modificato dalla Corte passò alla storia, si fa per dire, col nome di “Consultellum”. Motivo: avendo la Corte sede a Roma nell’antico palazzo della Consulta (un organo dello Stato Pontificio estinto nel 1870) nel linguaggio politico corrente “Consulta” è sinonimo di Corte Costituzionale. Nome quanto mai incongruo se si considera che, come infatti si è visto nel caso dell’Italicum, la Corte (15 giudici con un mandato di 9 anni non rinnovabile, nominati per un terzo dal presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune, e per un terzo dalla magistratura) tutto è meno che un organo consultivo. E’ anzi divenuta di fatto una specie di terza Camera.

Il “Consultellum” resta attualmente in vigore solo per il Senato. Per la Camera invece dal primo luglio dell’anno scorso vigeva l’ “Italicum” (legge 6 maggio 2015, n.52), voluto da Matteo Renzi e da lui stesso così soprannominato. Fino alla sentenza della Corte Costituzionale di qualche giorno fa, l’”Italicum”, sin qui mai applicato, fissava per la Camera un sistema elettorale maggioritario a doppio turno con un forte premio di maggioranza. Inoltre con capilista”bloccati”, ovvero certi di venire eletti, scelti dalle segreterie dei partiti. Adesso la Corte tra le altre cose ha cancellato il turno  di ballottaggio lasciando però il premio di maggioranza a favore del partito che raccolga almeno il 40 per cento dei voti del popolo. Il sistema diventa così proporzionale con correzione maggioritaria. La scomparsa del turno di ballottaggio elimina la possibilità  che un partito, uscito magari dal primo turno con poco poco più del 20 per cento dei voti, riesca poi, vincendo nel turno di ballottaggio, a ottenere alla Camera il 55 per cento dei seggi.  “Legalicum” è il soprannome che Beppe Grillo ha lanciato per la nuova legge elettorale di fatto costruita dalla Corte: una legge che sembra fatta su misura per sbarrare la strada al Movimento 5 Stelle, l’unica forza politica che attualmente con il sistema a doppio turno poteva sperare la conquista della maggioranza assoluta alla Camera. Andare alle elezioni con il “Legalicum” o far prima varare dal parlamento una nuova legge valida sia per la Camera che per il Senato? Andare a votazioni anticipate entro il giugno prossimo o votare nel 2018 alla scadenza naturale della legislatura? Le questioni sul tappeto sono adesso queste. Frattanto sul fronte del centrosinistra è ormai scontro aperto tra il redivivo Matteo Renzi e Massimo D’Alema; e su quello del centrodestra, sempre più alla deriva, due pittoreschi ma modesti leader locali, la romana Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) e il milanese Matteo Salvini (Lega Nord) si propongono come improbabili successori di un Berlusconi ormai al tramonto..

 

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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