Trump, la fine dell’atlantismo e le sue conseguenze per l’Europa

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 9 febbraio 2017

Al di là della giostra delle interpretazioni su quanto Trump ha detto o non ha detto a proposito della Nato resta la sostanza della questione: il suo arrivo alla Casa Bianca segna la fine dell’atlantismo, ossia di un assetto dei rapporti euro-americani che durava dal 1949. Da ciò consegue una radicale svolta nella situazione europea di cui credo sia opportuno tenere ben conto anche a queste latitudini.   Coinvolge infatti tutti i vicini della Svizzera, e comunque tutto il resto dell’Europa. Molta della stessa  attuale crisi dell’Unione Europea si spiega con il tramonto di questa politica (da tempo già evidente agli occhi dei proverbiali “addetti ai lavori”); e quindi della disponibilità senza limite di Washington di farsi carico della difesa dell’Europa. Ue e Nato sono così… vicine di casa da esserlo anche fisicamente: hanno infatti entrambe la loro sede principale a Bruxelles.  Di fatto l’Unione Europea si appoggia alla Nato. Se quindi questo appoggio viene meno, o anche soltanto si indebolisce in modo consistente, la situazione cambia dalla radice. E ciò in primo luogo perché un’Europa non più spalleggiata ad ogni costo dagli Stati Uniti deve completamente ripensare la sua politica verso la Russia.

“Gli Stati Uniti sostengono con forza la Nato. L’unica cosa che chiediamo è che tutti i membri dell’Alleanza partecipino pienamente al finanziamento della struttura investendo almeno il 2% del Pil”: con queste parole — pronunciate durante una sua recente visita al comando militare americano per il Medio Oriente, l’Afghanistan e il Pakistan, che ha sede a Tampa in Florida – il nuovo presidente americano Donald Trump non ha fatto altro che ribadire quanto aveva già affermato durante la sua campagna elettorale. E di certo dirà la stessa cosa quando parteciperà al vertice della Nato in programma a maggio a Bruxelles. Ancora una volta non c’è niente di nuovo tra quanto aveva promesso ai suoi elettori e quanto ha confermato adesso che è alla Casa Bianca.

In effetti l’“atlantismo” era già finito con Obama. Fingere che ancora durasse faceva però tanto comodo a lui  quanto ai leaders europei i quali, malgrado l’ormai evidente disimpegno degli Usa dall’Europa e dal Mediterraneo, preferivano continuare a cullarsi nell’illusione che non fossero finiti i tempi belli, iniziati nel 1949 con la firma del Patto Atlantico (oggi più noto col nome di Nato),  in cui gli Usa avevano così bisogno dell’alleanza dell’Europa occidentale da essere pronti a pagarne generosamente le spese anche al di là del dovuto.  E avevano pure una tale abbondanza di mezzi da poterselo permettere. Fino ad oggi la massima parte degli Stati membri della Nato contribuisce all’alleanza con una spesa ben inferiore al 2 per cento del Pil. Adesso la musica cambia. La Nato certamente resterà, ma non sarà più quella di prima.

Con Trump la rete strategica in cui gli Stati Uniti hanno avvolto il mondo non verrà meno, ma coinciderà sempre più con la cosiddetta anglo-sfera, ossia  con la Gran Bretagna e i Paesi che sono i più stretti eredi del suo passato imperiale (è questo d’altra parte il caso  degli stessi Stati Uniti). Perciò, a parte il Nord America, tale rete assume, seppure alla scala planetaria, carattere sostanzialmente insulare o litoraneo. L’Europa continentale ne resta perciò fuori. Quindi l’Ue, che ne è ormai la massima parte,  o sta sulle sue gambe oppure, proprio perché molto popolosa e molto sviluppata,  diventa la preda designata delle attuali o future grandi potenze di medio sviluppo, come oggi sono la Russia e la Cina salvo nuovi ulteriori arrivi al momento non prevedibili. Rischia cioè un assoggettamento economico e diplomatico anche se non necessariamente militare. Questa impegnativa situazione – osserviamo concludendo – coglie l’Italia nel pieno di una crisi politica della quale si continua a non vedere la fine, con un Renzi molto indebolito, un Berlusconi molto invecchiato e un Movimento 5 Stelle dimostratosi sin qui incapace di governare.  Roma non è quindi in grado di dare un contributo forte alla soluzione dei problemi che incombono sull’Europa; e purtroppo non lo sarà ancora a lungo.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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