Trump, la crisi e chi potrebbe dare una mano per venirne fuori

 Trump non basta, serve una nuova proposta cristiana, La Nuova Bussola Quotidiana,  3 marzo 2017

“L’America ha speso circa 6 miliardi di dollari nel Medio Oriente  mentre nel frattempo le nostre infrastrutture andavano in malora”, ha detto fra l’altro ieri il presidente Trump nel suo discorso al Congresso degli Usa. “Con questi 6 miliardi di dollari”, ha continuto, “avremmo potuto ricostruire due volte il nostro Paese (…)”.   Questo vuol dire in sostanza che Trump spenderà in nuove ferrovie e autostrade negli Usa i soldi che Obama spendeva in bombe da sganciare qua e là nel Medio Oriente. Non possiamo che esserne felici. Da tutto questo però, come già in altre occasioni abbiamo ricordato, per noi che siamo il G7 che sta in mezzo al Mediterraneo e alle porte del Medio Oriente,  derivano nuove responsabilità.

Trump intende “mettere in moto investimenti nelle infrastrutture degli Stati Uniti per un valore di un miliardo di dollari, finanziati con capitale sia pubblico che privato. Grazie a questi investimenti verranno creati milioni di nuovi posti di lavoro. Tale impresa sarà guidata da due principi di fondo: serviti di prodotti americani e fa’ lavorare gli americani (Buy American and Hire American)”. Resta l’impegno militare con la sua proiezione in ogni parte del mondo, ma è esplicitamente  a tutela immediata degli interessi nazionali degli Stati Uniti, senza più alcuna pretesa di accreditare Washington in primo luogo come portabandiera planetario di principi e di valori moralo. La spesa militare, ha annunciato Trump, verrà poii aumentata. In effetti non se ne vede il bisogno. Quello degli armamenti, con tutto il suo enorme indotto, è però l’unico segmento dell’industria manifatturera americana che per definizione è al riparo dalla concorrenza straniera. E le forze armate, il cui personale ammonta a quasi tre milioni di uomini e donne in servizio attivo ( per la precisione 2.825.000),  sono il più grande datore di lavoro del Paese e il principale “ascensore sociale” per la gente delle aree più remote e meno sviluppate e per le minoranze. Perciò, diversamente che da noi, negli Usa la crescita della spesa militare raccoglie sempre vasti consensi tra la gente comune. Quadra insomma con la decisione di Trump di far riprendere l’industria manifatturiera americana. Resta però da vedere con quali  contraccolpi in sede internazionale.

Se ci si va a leggere il discorso con cui accettò la sua candidatura alla convenzione repubblicana dello scorso luglio ( cfr. in questo stesso sito: Donald Trump cerca il voto delle vittime della crisi,  23 luglio 2016) si vede che il nuovo presidente sta facendo esattamente ciò che aveva promesso. Sorprende piuttosto l’incapacità delle vecchie élites post-illuministe occidentali di comprendere che cosa sta accadendo e di lasciarsene interrogare. Nel suo piccolo il caso italiano è uno dei più sconfortanti.  E’ come se fuori da  Montecitorio, da Palazzo Madama, e dalle piazze e vie adiacenti non stesse accadendo nulla. Incurante dell’entità dei mutamenti in corso in sede internazionale, e all’interno del continuo peggiorare della situazione economica, l’élite pensa solo a sventolare le bandiere nere dell’eutanasia e della manipolazione della vita. L’entità delle forze in campo in Italia a sostegno di questa campagna distruttiva dimostra paradossalmente l’importanza che il nostro Paese riveste in proposito.  L’Italia resta comunque il luogo di massimo addensamento storico, sociale e culturale del  cristianesimo, ossia dell’unico reale antidoto alla crisi della nostra epoca. Con Trump, che non è un fenomeno soltanto politico, è tornato alla ribalta degli Usa e quindi del mondo lo storico vitalismo americano, non senza la vaga religiosità che lo caratterizza (“God bless America” e così via). Il suo discorso al Congresso dell’altro ieri ne è un documento evidente.  E’ meglio di quel che c’era prima, ma non basta. A lungo termine si dimostrerà che – nel mondo così complesso e così interconnesso in cui oggi viviamo —  non basta nemmeno per gli americani, ma sin da ora non basta per gli altri. Occorre perciò costruire al più presto una proposta diversa; una nuova proposta civile di fatto di matrice cristiana ma interessante per tutti.  A livello di filosofia politica c’è già chi ci lavora. Si pensi ad esempio a quanto il cardinale Angelo Scola scrive tra l’altro nel suo recente Un mondo misto (Jaca Book, ottobre 2016). C’è poi da lavorare perché tutto questo diventi cultura diffusa e quindi progetto politico. Essendo vicina di casa del Papato, ed avendo il suo costume diffusa influenza in larga parte del mondo, l’Italia conta di più di quanto di solito crediamo. Perciò è un potenziale vettore molto importante di una tale novità. Ci sono insomma delle carte da giocare. Però giochiamole.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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