Crisi demografica: che cosa dimostra il caso in controtendenza dell’Alto Adige/SüdTirol

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 7 marzo 2017

Le “stime 2016 degli indicatori demografici” che l’Istituto Italiano di Statistica ha pubblicato ieri a Roma confermano e anzi aggravano le previsioni diffuse nel novembre dello scorso anno. Per la prima volta da novant’anni a questa parte la popolazione italiana è diminuita in valore assoluto rispetto all’anno precedente: al primo gennaio 2017 i residenti in Italia erano 60 milioni e 579mila, 86 mila in meno rispetto al primo gennaio del 2016 (-0,14 per cento).  La costante diminuzione del numero delle nascite, scese dal 2015 al 2016 da 486 mila a 474 mila, non viene infatti più compensata dall’immigrazione dall’estero, diminuita a sua volta a causa della  crisi economica. Ha inoltre ripreso l’emigrazione, oggi composta per lo più da diplomati e laureati che trovano oltre frontiera condizioni di lavoro e di reddito più consone alle loro aspettative. Il calo del numero dei nuovi nati è il dato più impressionante. L’anno scorso furono la metà di quelli che vennero al mondo nel 1946, concepiti nell’Italia in rovina della fine del conflitto mondiale. E  sono stati  persino meno dei nati nel 1944, ossia dei concepiti nel 1943 quando l’Italia era squassata dalla guerra, tagliata in due dal fronte e con un gran numero di uomini sotto le armi lontano da casa.

Ciò conferma che, pur avendo un’ovvia incidenza, le condizioni socio-economiche e il contesto non hanno poi un peso determinante sulla scelta di mettere o no al mondo dei bambini. C’è insomma un problema a monte che è culturale molto prima che socio-economico. A prescindere da ogni altro fattore attiene alla sfera della visione del mondo dei potenziali genitori e dell’ambiente circostante. Lo conferma il caso della  Provincia Autonoma  di Bolzano/SüdTirol, circa 520 mila abitanti per due terzi tirolesi di lingua tedesca o ladina. E’ questa oggi l’unica parte del territorio della Repubblica italiana in cui il tasso di fecondità (= numero di  figli per donna in età fertile) è superiore a 2, e quindi garantisce il ricambio naturale della popolazione.  Insieme alla Provincia Autonoma di Trento/Trentino, quest’ultima quasi soltanto di lingua italiana, il SüdTirol  (il cui nome ufficiale in italiano è Alto Adige) costituisce la Regione Trentino-Alto Adige/ SüdTirol. I due territori hanno qualità della vita, livello di organizzazione generale e prospettive economiche praticamente identiche. Eppure il tasso di natalità in Trentino è largamente inferiore a 2. Che cosa rende così diversa la situazione demografica nelle due Province? Evidentemente qualcosa che non c’entra nulla con l’economia e con la qualità dei servizi. E’ piuttosto molto probabilmente la condivisa volontà collettiva di occupare e presidiare la propria terra da parte di una popolazione che è sì maggioritaria nel proprio territorio ma resta esigua rispetto allo Stato nel quale è inclusa. De jure non c’è nulla che possa impedire a un italiano di andarsi a stabilire nella Provincia Autonoma di Bolzano. La prima cosa che gli autoctoni possono fare per non venire sommersi è quella di tenere, per così dire,  il posto occupato. Ci sono di fatto nell’Alto Adige/SűdTirol anche altri meccanismi di freno, come l’obbligo di conoscere il tedesco per poter accedere a molti degli impieghi e come il fatto che un non-indigeno difficilmente trova chi sia disposto a vendergli una casa o un terreno costruibile. Prima ancora però vale la generale convinzione che occorra occupare lo spazio sociale e in certo modo anche lo spazio fisico. Una convinzione che per analoghi motivi è condivisa anche dalla minoranza di lingua italiana insediata nella Provincia, la quale a sua volta sente l’urgenza di difendersi alla scala locale dal rischio di venire sommersa dalla maggioranza di lingua tedesca.

Al di là di questo caso particolare in Italia il declino demografico è la regola. Dal 2015 al 2016 le uniche due regioni dove  la popolazione non è diminuita sono la Lombardia e il Lazio, ma solo grazie ai flussi migratori dall’interno oltre che dall’estero. Son due dati in effetti di segno opposto. La Lombardia, circa 10 milioni di abitanti, è in pratica l’unica parte dell’Italia in cui l’economia riesce ancora a crescere. Il Lazio, la massima parte dei cui abitanti risiede a Roma e provincia (4.340.000 circa su 5.888.000 circa), è la calamita di migranti senza grandi prospettive destinati per lo più a finire nei ghetti della sterminata periferia romana. L’aumento della popolazione del Lazio è perciò da sempre un segno più di declino che di sviluppo economico. Come d’altra parte in molti altri Paesi dell’Unione Europea, anche in Italia il declino demografico è un problema-chiave. Il fatto che così poco se ne parli è solo un segno della grave crisi politica con cui oggi l’Italia si trova a dover fare i conti.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Crisi demografica: che cosa dimostra il caso in controtendenza dell’Alto Adige/SüdTirol

  1. recarlos79 ha detto:

    E poi danno dei razzisti agli italiani! La secessione ormai l’hanno fatta e le frontiere le tengono ben chiuse. Cose impossibili nel resto d’Italia. Proprio un bell’esempio di discriminazione.

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