Roma, il “discorso della Corona” dei leader europei: segno brutto e preoccupante di una crisi che gli squilli di tromba della stampa amica non bastano a nascondere

I leader europei dimenticano i loro popoli, La Nuova Bussola Quotidiana, 26 marzo 2017

Il problema-chiave dell’Ue — ossia il suo deficit di democrazia, di motivazioni ideali e di visione — ha trovato ieri solenne conferma a Roma nei modi e nei contenuti del 60° anniversario della firma dei trattati che nel 1957 diedero il via alle istituzioni europee. Al di là dei rituali squilli di tromba del grande circo mediatico così stanno le cose.

Come già dicevamo la sola idea di mettere al  centro dell’anniversario non il Parlamento Europeo, unica istituzione europea democraticamente eletta, bensì i governi la diceva lunga sulla “filosofia” sempre meno democratica dell’Unione. La cerimonia di ieri, e la dichiarazione sottoscritta nella circostanza, non hanno fatto altro che confermare su quale mala strada l’Unione si stia incamminando. Sin dal suo nome la “Dichiarazione dei leader dei 27 Stati membri e del Consiglio Europeo, del Parlamento Europeo e della Commissione Europea” accredita l’esistenza di una specie di supremo collegio, composto dei capi in testa di governi e istituzioni, che non è stato eletto da nessuno e che non risulta né istituito né legittimato da alcun consenso popolare. In questo quadro spicca per particolare dissonanza la presenza del presidente del Parlamento Europeo, che è un primus inter pares con compiti di organizzazione dei lavori parlamentari e nient’affatto la somma espressione politica dell’assemblea che presiede.

Se poi si va a vedere il testo della Dichiarazione, facilmente raggiungibile su Internet, c’è  solo da decidere se rabbrividire o se arrabbiarsi. Siamo di fronte a una specie di discorso della Corona, con cui i potenti o presunti tali, dopo adeguato auto-incensamento, fanno sovrane promesse ai sudditi. Si deve arrivare quasi alla fine del documento per trovare un cenno di benevola attenzione al popolo: “Ci impegniamo a dare ascolto e risposte alle preoccupazioni espresse dai nostri cittadini e dialogheremo con i parlamenti nazionali”, promettono, bontà loro, i leader.

C’è poi un particolare, però non secondario, su cui vogliamo soffermarci. Il paragrafo che si apre con la promessa di rendere l’Unione più forte si conclude con l’affermazione: “La nostra Unione è indivisa e indivisibile”. E’ un’evidente minaccia verso chi volesse lasciarla seguendo l’esempio della Gran Bretagna. E’ però una minaccia illegale considerato che l’articolo 50 del trattato sull’Unione europea riconosce a ciascun Stato membro il diritto di recesso volontario e unilaterale da essa. E ne stabilisce anche dettagliatamente la procedura, che proprio ora si sta percorrendo con riguardo alla Gran Bretagna. Perché dunque e su che basi pretendere che l’Unione sia indivisibile? Al di là del fatto che sia attuata o meno, la possibilità di uscire dall’Unione è uno decisivo strumento di difesa degli Stati membri. Rimetterla in discussione è perciò molto sospetto.

Non vogliamo qui soffermarci in dettaglio sui contenuti della Dichiarazione, che però invitiamo vivamente il lettore interessato ad andarsi a leggere. Si tratta infatti di un involontario ma significativo manifesto di qualcosa che comunque ci deve preoccupare: la banalità del pensiero di chi oggi  ha ruoli di governo in Europa. Una banalità cui tuttavia corrisponde un “ego” smisurato, totalmente dimentico della sovranità popolare, ossia del cuore della democrazia: “Noi leader, lavorando insieme nell’ambito del Consiglio europeo e tra le istituzioni”, conclude il documento ,“faremo sì che il programma di oggi sia attuato e divenga così la realtà di domani. Ci siamo uniti per un buon fine. L’Europa è il nostro futuro comune”.  Nobili parole, ma che potrebbero stare bene sulle labbra di qualsiasi dittatore benintenzionato o comunque desideroso di imbonire il popolo.

Manca invece qualsiasi accenno all’identità storica dell’Europa e quindi a quelle esperienze e a quei valori di fondo ignorando i quali, come in questi anni diviene sempre più evidente, l’Unione Europea sta andando in pezzi. Ciò non è tuttavia casuale. Per rendersene conto basta leggere il discorso che Gentiloni ha pronunciato nella circostanza, con il suo immediato rinvio al Manifesto di Ventotene ( si veda in questo stesso sito “Ventotene, due idee di Europa a confronto”, La Nuovabq, 22 agosto 2016) , elaborata espressione della pretesa di costruire un’Europa senza radici e pertanto senza futuro. Proprio ciò che ci ha portato nel vicolo cieco nel quale ci troviamo adesso. Speriamo in meglio, ma per il momento c’è ben poco da stare allegri.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Roma, il “discorso della Corona” dei leader europei: segno brutto e preoccupante di una crisi che gli squilli di tromba della stampa amica non bastano a nascondere

  1. Domenico Piacenza ha detto:

    Insomma, Ronza, sempre lì a cavillare e puntualizzare! D’ accordo, esisterà pure l’ articolo 50, ma in concreto chi, se non forse qualche bieco reazionario, potrebbre realmente voler uscire da un sistema così perfetto e progressivo? (pardon, adesso si dice “populista”: ogni tanto ho qualche reminiscenza giovanile)

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