La realtà dei fatti e quella dei media

Media ideologici, la realtà è la prima vittima, La Nuova Bussola Quotidiana, 2 aprile 2017

La sempre maggiore distanza tra la realtà delle cose e il “messaggio” prevalente del sistema massmediatico trova ormai ogni giorno nuove conferme. Non ci riferiamo beninteso ai giudizi, ovviamente diversi. Ci riferiamo alla censura o alla distorsione dei fatti in quanto tali. Facciamo ad esempio qualche episodio di questi ultimi giorni cominciando dalla presunta guerra commerciale che gli Stati Uniti di Trump avrebbero dichiarato all’Europa.

Secondo una notizia diffusa dal Wall Steet Journal, il presidente Trump starebbe riprendendo in considerazione il progetto, elaborato all’epoca della presidenza Obama, di aumentare i dazi doganali su circa 90 prodotti che gli Usa importano da paesi dall’Unione Europea. Tutto questo  come risposta al divieto all’importazione di carne bovina dagli Usa che l’Ue impone con la generica accusa che tale carne proverrebbe da animali fatti crescere innaturalmente anche somministrando loro degli ormoni. Sin dal 2008 l’Organizzazione mondiale del Commercio, Wto/Omc, aveva condannato il divieto giudicandolo una forma mascherata di protezionismo, ma l’Ue ha fino ad oggi ha continuato a ribadirlo. Obama aveva  preferito lasciar perdere; Trump invece ha invece deciso di sollevare il problema.

Si può poi approvare o disapprovare quella scelta, ma prima c’è il dovere di dire quali sono i fatti alla base della  questione. Che legame c’è tra questi fatti da una parte, e dall’altra i clamorosi titoli di prima pagina e le proverbiali grida di dolore con cui la notizia è stata comunicata dal grosso dei giornali e dei telegiornali in questi giorni?  L’antipatia per Trump conta evidentemente molto di più della realtà delle cose..

Un altro caso significativo è quello della situazione degli italiani e degli altri cittadini di Stati dell’ Ue che vivono e lavorano in Gran Bretagna. Senza che nulla di concreto possa suffragare tale tesi, i giornali e i telegiornali non cessano in questi giorni di descrivere a tinte fosche il loro futuro. Non si capisce perché. Benché ad esempio la Svizzera non sia  membro dell’Unione Europea, decine di migliaia di italiani e di altri stranieri ci abitano e ci lavorano sia come residenti stabili che come frontalieri. E lo stesso accadrà nel caso della Gran Bretagna dopo il suo esodo dall’Ue essendo tutto ciò di reciproco interesse

Pure sintomatico è il caso dei cosiddetti “nuovi diritti” ( legalizzazione e promozione dell’aborto, normalizzazione dell’omosessualità e così via). Mentre si continua a parlarne come del… sole dell’avvenire, in sede internazionale ciò non è affatto vero. Nella maggior parte del mondo in termini sia di popolazione che di numero di Stati l’aborto non è legale, e così pure l’omosessualità non viene riconosciuta come qualcosa di equivalente alla sessualità secondo natura. Lo conferma in modo inequivocabile l’assemblea generale delle Nazioni Unite dove una maggioranza contraria a sviluppi del genere — costituita in larga misura da Paesi africani, latinoamericani e asiatici — ferma ogni volta le iniziative prese in tal senso di solito per lo più da Paesi del Nord Europa. Per il progressismo “laico” occidentale, per il quale tutto ciò che viene dai popoli dell’emisfero Sud del mondo è cosa buona sempre e comunque, una posizione del genere è inspiegabile. Essendo escluso che da essa ci si lasci interrogare, si risolve allora il problema non parlandone.

La maggioranza di cui si diceva ha trovato adesso pure l’importante sostegno della nuova presidenza americana. Lo si è visto di recente, lo scorso 23 marzo, durante una sessione della Commissione dell’Onu sulla condizione della Donna. In tale sede la delegazione americana ha infatti puntualizzato che il concetto di “salute riproduttiva e sessuale”, di cui si parla in diversi documenti dell’Onu, “non implica la creazione di nuovi diritti in sede internazionale, compreso un diritto all’aborto”. Nell’annuale rapporto, che la Commissione ha approvato al termine dei suoi lavori, quest’anno perciò non solo non si cita l’aborto ma si dice che ogni riferimento alla “salute sessuale e riproduttiva” va letto in relazione con precedenti documenti siglati in sede Onu ove si dice che l’aborto non è un diritto, e dove si impegnano gli Stati ad aiutare le donne a evitare l’aborto e a non promuoverlo come metodo di pianificazione familiare. Su tutto questo la stampa italiana non ha detto una parola. Nemmeno quella ufficialmente di ispirazione cattolica che a quanto pare, pur di non dover dire che Trump fa qualcosa di buono,  è disposta ad ogni sacrificio.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a La realtà dei fatti e quella dei media

  1. rino fruttini ha detto:

    Caro Robi Ronza,
    sono daccordo sulle anomalie: fatti oggettivi e loro accadimenti rispetto a quanto di essi viene comunicato, diffuso, recepito e pecepito dall’opinione pubblica. A tutto ciò devi aggiungere :
    1) Le riforme costituzionali volute dal governo Renzi e diffuse artatamente dai mass media , soprattutto nei talk show e da opinion leaders sfacciatamente di parte e/o in mala fede.
    2) Jobs act e sue ripercussioni sullo stato dell’economia (occupazione, diritto del lavoro, semplificazione del rapporto lavoratore/datore di lavoro).
    3) Svilippo del PIl in relazione alla pressione fiscale, al gettito tributario e all’occupazione.
    Solo questi tre punti, relativi ai tre anni del governo Renzi dovrebbero far riflettere sull’onestà intellettuali dei tuoi colleghi della comunicazione verbale, scritta e meditata nelle riviste e nei talk show.
    Questa non è democrazia ma redazione di fatti, secondo lo schema intellettualmente livoroso de “IL Fatto quotidiano”..
    Cordiali saluti
    Rino Fruttini

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