Terremoti del 2016 in Centro Italia. I ritardi nella ricostruzione, conseguenza inevitabile di una politica sbagliata

Il centralismo nuoce gravemente ai terremotati, La Nuova Bussola Quotidiana, 4 aprile 2017

La manifestazione di protesta contro i ritardi nella ricostruzione dei centri colpiti dai terremoti dell’estate scorsa in Centro Italia, che già aveva avuto luogo il 25 gennaio e 2 febbraio a Roma in piazza Montecitorio, si è ripetuta sabato scorso, 1 aprile. Questa volta però non soltanto a Roma, ma anche in altre dieci città e paesi coinvolti o perché colpiti da quei sismi o perché dimora di famiglie perciò costrette all’esodo. Con queste manifestazioni — organizzate da due gruppi spontanei, l’associazione laziale “La ri-scossa dei terremotati”,#insiemejelafammo, e l’associazione marchigiana “La terra trema noi no”, #laterratremanoino – si è inteso denunciare “i troppi ritardi e le inadeguatezze amministrative che stanno portando il Centro Italia allo spopolamento”. La contemporanea visita ad Amatrice del principe Carlo d’Inghilterra, con la sua foto sullo sfondo delle macerie non ancora rimosse del centro della cittadina, ha dato ulteriore visibilità alle buone ragioni dei terremotati.

La vicenda merita attenzione sia per la sua obiettiva gravità e sia perché aiuta a capire le ragioni di fondo, per così dire di filosofia politica, per cui i governi dell’attuale maggioranza non sono in grado di affrontare le urgenze del momento.  Come già ricordammo pochi giorni dopo il primo dei sismi dell’estate scorsa (cfr. Gemona: dalle tende ai mattoni, sussidiarietà e famiglie, La Nuovabq, 30 agosto 2016, reperibile anche in questo sito) c’è nel nostro Paese la memoria non ancora svanita della ricostruzione delle località dell’alto Friuli distrutte o danneggiate dai due terremoti del 1976. Sarebbe bastato andarsi a ristudiare quell’esperienza per capire come si sarebbe dovuto procedere. Molto abile, come spesso dimostrava di essere, nel dire una cosa e poi fare il suo contrario, Matteo Renzi, il premier di allora, non mancò infatti di celebrare l’esempio del Friuli, salvo appunto fare l’opposto (cfr. Renzi e le statuine del presepe, La Nuovabq, 1 novembre 2016, reperibile anche in questo sito). Gentiloni ha poi anche qui proseguito sulla stessa strada, e i risultati si vedono.

Veniamo ora in dettaglio agli errori che sono stati fatti: alcuni ormai irrimediabili, e altri invece cui ancora si potrebbe porre rimedio. Il primo fu quello di non aver distinto tra la fase dell’emergenza, che per natura sua è di tipo “militare” ed esige quindi una catena di comando centralizzata, e la fase della ricostruzione, che invece funziona nella misura in cui  si lascia spazio innanzitutto alle energie e alle risorse civili, sociali ed economiche dei luoghi e delle popolazioni colpite. Così fu in Friuli: qui infatti l’emergenza fu in capo a un commissario di governo, l’on. Giuseppe Zamberletti, che aveva pieni poteri (e non poteri dimezzati come l’attuale commissario di governo Vasco Errani);  la ricostruzione invece fu in capo alla Regione Friuli-Venezia Giulia. E’ sbagliatissimo, come si è fatto nel caso dei terremoti dell’anno scorso in Centro Italia, mettere la ricostruzione nelle mani di chi ha gestito l’emergenza emarginando i comuni e quindi i sindaci.

Nel Friuli del dopo terremoti del 1976 non solo la ricostruzione fu in capo alla Regione ma questa trasferì ai sindaci dei comuni colpiti,  nominati perciò dirigenti regionali delegati, la verifica delle domande di contributo alla ricostruzione o riparazione degli edifici distrutti o danneggiati nonché l’erogazione di tali contributi. In forza di tale scelta, ancor prima dei controlli ex lege e di polizia, funzionò il controllo sociale garantito dalla prossimità tra amministrati e amministratori. Fu innanzitutto questo modello organizzativo a fungere da barriera contro la  burocratizzazione da un lato e le malversazioni dall’altro.

Per farsi rapidamente un’idea del ginepraio in cui gli attuali governi si sono invece infilati bastino due esempi: quello dello sgombero delle macerie e quello dell’acquisto degli alloggi provvisori. Se vi si procede in modo centralizzato e con appalti pubblici tutto diventa letto e  complicatissimo. Tutto diventa invece rapido e veloce se, sulla base di preventivi accertati di spesa, si erogano rapidamente contributi ai diretti interessati. Per quanto riguarda ad esempio le famose “casette”, in un mercato comune di 500 milioni di abitanti come è quello dell’Unione Europea, spinte dalla forza del mercato  tutte le “casette” che occorrono potrebbero in questo caso arrivare in quattro e quattr’otto nei comuni terremotati del Centro Italia insieme a tutte le stalle prefabbricate e le altre strutture tecniche che occorrono.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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