Guerra chimica in Siria: che cosa può esserci di vero

L’informazione strabica sulla Siria, La Nuova Bussola Quotidiana, 6 aprile 2017

Con una sincronia che suscita molti sospetti, a pochi giorni dalla ripresa a Ginevra dei negoziati di pace sulla Siria un gigantesco attacco mediatico è stato sferrato contro il regime di Assad sullo spunto di un presunto bombardamento chimico su Khan Scheikhoun, località della provincia siriana di Idlib ancora sotto il controllo dei ribelli anti-Assad. L’episodio è in realtà assai controverso.

Da un esame attento dei dati disponibili ci sembra evidente che Khan Sheikhoun non è stata bombardata con bombe chimiche, ma che forse bombe o missili convenzionali lanciati da aerei governativi hanno colpito per caso un deposito di mine chimiche ivi esistente. Queste mine sono ordigni abbastanza rudimentali, e perciò relativamente facili da produrre, di cui l’Isis e altre forze simili si dotano per  usarne se costretti a ritirarsi da un quartiere o da un villaggio. In tal caso non solo le vie ma pure le case, o ciò che ne resta, vengono minate con vari ordigni; anche appunto con mine chimiche come quelle di cui il bombardamento su Khan Scheikhoun ha probabilmente provocato la detonazione. Diciamo “probabilmente” perché la documentazione fotografica sin qui disponibile sembra troppo spesso una messa in scena.

La conferenza per la pace in Siria, che avrà luogo prossimamente a Ginevra sotto la presidenza dall’inviato speciale dell’Onu, Staffan de Mistura, non va confusa – osserviamo per completezza dell’informazione – con la conferenza di  ieri a Bruxelles “sul futuro della Siria e della regione”.  Co-presieduta dalle Nazioni Unite e dai governi di Germania, Kuwait, Norvegia, Qatar e Regno Unito, quest’ultima vedeva la delegazioni di circa 70 Paesi  riunite “per valutare le condizioni in cui potrà essere fornita l’assistenza post-bellica” quando in Siria” sarà cominciata una credibile transizione politica”. Rispetto alle urgenze del momento, insomma, qualcosa di un  secondario che più secondario non si può. Ottima occasione tuttavia per una comparsa in scena di Federica Mogherini la quale — nel suo ingrato ruolo di Alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ovvero di mosca cocchiera di una cocchio che non c’è – si trova perciò condannata a vivere quasi costantemente nell’ombra.

Quello su Khan Sheikhoun, di cui adesso tutto il mondo parla, non è altro che uno dei tanti bombardamenti che purtroppo vengono quasi ogni giorno effettuati su città e villaggi della Siria, con aerei dal governo siriano e dalla Russia oppure con missili terra-terra dai ribelli-antigovernativi. Diventa allora interessante capire come e da chi sia stato montato l’episodio. Come al solito in questi casi al centro della scena troviamo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Syrian Observatory for Human Rights), un organismo con sede in Gran Bretagna che in effetti è un servizio di propaganda dei ribelli antigovernativi siriani. E’ da questo presunto osservatorio  che sono venute quasi tutte le notizie sulla guerra in Siria sin qui poi rivelatesi false.

Altre fonti da prendere con le pinze sono quelle di ong che nel conflitto siriano si sono schierate scegliendo di operare solo nelle zone sotto il controllo dei ribelli anti-governativi, come tra le altre Medici senza Frontiere e Save the Children. C’è poi il caso, ancora più inquietante, dei cosiddetti Caschi o Elmetti Bianchi: si tratta di squadre di protezione civile schierate con i ribelli che fanno anche  (ma nemmeno esclusivamente)  attività di soccorso, avendo tra l’altro particolare prossimità con le forze di orientamento jihadista. Candidati al premio Nobel per la Pace, per buona sorte non ne vennero poi insigniti. A consolarli provvide però Hollywood dando l’Oscar per il miglior documentario a “White Elmets”, il film su di loro prodotto dalla Netflix, che in realtà non è peraltro un  documentario bensì  una pellicola a soggetto, una fiction.

Si possono prendere come oro colato notizie che provengono da fonti del genere?  Quantomeno occorre confrontarle con informazioni di altra origine, fermo restando che, come dice un proverbio inglese, “Quando scoppia una guerra la prima vittima è la verità”. Tutte le parti in causa, insomma, usano della comunicazione come se fosse un’arma. Tanto più quindi è doveroso fare il possibile per non ingannarsi e per non ingannare.

 

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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