Trafficanti e Ong: ovvero quando per essere complici non c’è bisogno di mettersi d’accordo

Le complicità e i “regali” agli scafisti, La Nuova Bussola Quotidiana,  6 maggio 2017

Quello che si è levato a proposito dell’eventuale complicità tra le ong che nel Mediterraneo vanno a ricuperare i migranti in mare aperto, e i passatori che li mandano al largo a bordo di gommoni sempre più precari, non è solo un polverone molto probabilmente inutile. E’ anche un falso problema. Sarebbe infatti ora di rendersi conto che, nel mondo in cui viviamo, la complicità può aver luogo in forme del tutto nuove contro le quali la legislazione tradizionale non può comunque fare nulla.

Come ormai da anni andiamo scrivendo, ma che fino a qualche giorno fa scrivevamo solo noi e pochi altri, quello che accade quasi ogni giorno nelle acque del Mediterraneo comprese tra il Nordafrica e le coste joniche dell’Italia meridionale e delle sue isole non è un soccorso di naufraghi; è un trasbordo concordato in mare aperto. Beninteso, il fatto che sia concordato non toglie che sia un’operazione di emergenza, particolarmente esposta perciò al rischio di incidenti.

Nel mondo in cui viviamo, nel quale tutti sanno o possono facilmente sapere ogni cosa in ogni momento, non c’è alcun bisogno di previ accordi fra passatori e  navi di “soccorso”. Il fatto stesso che a breve distanza dal limite delle acque territoriali libiche (e di altri Paesi) incrocino stabilmente navi di “soccorso”  offre ai passatori la possibilità di poter imbarcare migranti su gommoni anche di sempre peggiore qualità, destinati a sgonfiarsi entro un certo numero di ore  e non in grado di reggere il mare grosso a causa sia della fragilità della loro struttura che dell’insufficiente potenza dei motori. In quanto poi alle chiamate di preavviso e di richiesta di aiuto che partono da questi gommoni, non c’è alcun bisogno di contatti diretti tra organizzazioni criminali di passatori e comandi delle flotte di soccorso. Basta che a qualche migrante dotato di telefono satellitare qualcuno faccia sapere i numeri da chiamare, che sono peraltro numeri pubblici e accessibili su Internet a chiunque.

Nel quadro insomma della pan-comunicazione istantanea che caratterizza il nostro tempo, sono sempre più numerosi i casi in cui per diventare complici o mandanti di un crimine non c’è affatto bisogno di mettersi d’accordo grazie a canali di comunicazione specifici e quindi “tracciabili”. In altri tempi gli organi inquirenti avrebbero potuto puntare all’intercettazione della telefonata tra il capo dei passatori e il comandante di una nave, oppure all’irruzione della polizia nel luogo dell’incontro segreto tra la “cupola” dei passatori e quella dei presunti soccorritori. Oggi non è più possibile, e soprattutto non ha senso alcuno. Stando così le cose viene meno, o comunque perde molto peso, pure la distinzione tra “soccorritori” in buona fede e gli eventuali “soccorritori” in mala fede.

Una volta che una telefonata di richiesta di aiuto giunge alla Marina Militare o alla Guardia Costiera le loro navi in zona non possono che dare la stessa risposta che darebbero dei soccorritori in mala fede. Se dunque i procuratori della Repubblica siciliani che hanno aperto inchieste in materia potessero anche far intercettare chiamate tra natanti in mare aperto a mezzo di telefoni satellitari molto probabilmente non ne ricaverebbero nulla di penalmente rilevante.

Quali che siano i buoni motivi di chi ha sollevato questo polverone, sta di fatto che esso finisce per distrarre l’opinione pubblica dal nocciolo della faccenda, ossia dalla complicità obiettiva di cui si diceva. Una complicità grazie alla quale l’ultimo anello della lunga catena intercontinentale del traffico di migranti irregolari viene regalato dall’Italia, da altri Paesi di prima accoglienza e oggi pure da alcune grosse Ong, non alle vittime di questo traffico bensì ai criminali che lo gestiscono. E si tratta fra l’altro dell’anello decisivo, in assenza del quale tale traffico verrebbe meno.

Non sappiamo dire come potrebbe  venire delineata la fattispecie legale della complicità obiettiva di cui si diceva, e lasciamo la questione a chi può occuparsene con maggior competenza della nostra. Frattanto per quanto ci riguarda vogliamo dire ancora una volta che — innanzitutto per rispetto per chi chiede di immigrare da noi in modo legale —  occorre tagliare le catene del traffico dei migranti irregolari sin dai primi anelli. Con riguardo all’attuale maggior flusso di tale traffico, quello verso le coste del Nordafrica  attraverso  il Sahara, si dovrebbe cominciare a intervenire nei Paesi subsahariani. Qualcosa si è cominciato a fare, ma occorrerebbe fare sempre di più con un equilibrato insieme di interventi non solo  repressivi ma anche tali da togliere positivamente ragioni a questi esodi disperati.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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