Elezioni comunali dell’11 giugno: la crisi dei 5 Stelle e la vittoria (poco replicabile) del centrodestra unito

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 13 giugno 2017

 Domenica scorsa si è votato in circa mille dei  circa ottomila comuni italiani. Tra gli altri a Genova, a Palermo, a Verona, a Parma e in diverse altre città importanti fra cui Como. A Palermo è già stato rieletto il sindaco uscente Leoluca Orlando, mentre altrove si andrà al ballottaggio tra i due candidati che hanno raccolto più voti. Nel caso di Como, dove il sindaco uscente era di centrosinistra, gli elettori dovranno scegliere tra il candidato di centrodestra, Mario Landriscina, primo col 34,73, e quello del centrosinistra, Maurizio Traglio, secondo col 26,88 per cento dei consensi.

Guardando ai risultati da un punto di vista più generale, il fatto  che per primo salta agli occhi è il pessimo risultato del Movimento 5 Stelle, i cui candidati né risultano eletti, né entrano nei ballottaggi in tutte le città compresa Genova, patria del suo fondatore e leader, Beppe Grillo. L’altro elemento di rilievo è il buon esito delle storiche coalizioni di centrosinistra, guidate dal Pd di Matteo Renzi, e rispettivamente di centrodestra, guidate da Forza Italia di Silvio Berlusconi, là dove si sono presentate unite. Interessante in particolare il caso di Forza Italia e della Lega Nord. Mentre in sede nazionale, dove si muovono ciascuna per proprio conto, sembrano diventare sempre meno influenti, in sede locale, dove hanno potuto presentarsi unite, hanno raccolto parecchi successi. Ciononostante non sarà semplice per loro replicare a Roma un’alleanza che, pur essendo spesso facile in sede locale, diventa invece molto ardua su questioni-chiave di politica nazionale e internazionale. Molto pochi sono stati infine gli elettori che hanno preferito liste dissidenti più profilate rispettivamente di sinistra o di destra.

Rispetto alle previsioni di molti commentatori e alla grande attenzione con cui lo stavano seguendo i grandi media, ha soprattutto sorpreso l’insuccesso del Movimento 5 Stelle. Tale insuccesso va comunque commisurato con la sua forza consolidata, che da sempre è minore di quanto si racconta. Essendo infatti guidato da un uomo di spettacolo di grande esperienza come Beppe Grillo, che è per definizione un grande comunicatore, il Movimento 5 Stelle ha un’eco sulla stampa molto più che proporzionale al suo peso effettivo.

Avendo inoltre un fondatore e leader genovese, e che è stato per anni un tipico “testimonial” di Genova, il Movimento 5 Stelle finisce perciò per avere un’immagine molto settentrionale. In effetti invece è un partito molto meridionale. Alle votazioni generali più recenti, quelle del 2014 per il rinnovo dei parlamenti regionali, alla scala nazionale aveva raccolto il 21, 16 dei voti. Se però si vanno ad analizzare i risultati regione per regione ci si avvede che è forte soprattutto nel Lazio (Roma) e nel Mezzogiorno, con punte del  30,51 per cento  in Sardegna, del 29,74  in Abruzzo e del 26,30 per cento  in Sicilia. Ha successo insomma in regioni dove  l’esperienza insegna che il fuoco di paglia di grandi consensi poi rapidamente venuti meno non è un fenomeno raro. In Liguria, l’unica regione del Nord dove era particolarmente forte per ovvi motivi, già in quell’occasione aveva fatto registrare un forte arretramento scendendo al 25,95 dal 32,10 per cento delle votazioni politiche del 2013.

Viceversa è significativo che in Lombardia sia sempre rimasto molto al di sotto della sua media nazionale: alle votazioni regionali del 2014, i 5 Stelle raccolsero solo il 15,74 per cento dei voti. E si tenga conto che la Lombardia, con i suoi circa 10 milioni di abitanti, è in Italia una regione fuori scala. La seconda regione più popolosa, la Sicilia, ne ha la metà. L’Abruzzo ne ha un quinto.

Resta ancora da valutare un dato che i partiti preferiscono lasciare sullo sfondo, ma che invece non va affatto dimenticato: quello delle astensioni,  che sono ancora cresciute. Ha votato infatti solo il 60,07 per cento degli elettori, il che in Italia è quanto mai preoccupante. Ci sono Paesi in cui l’astensione può anche essere, e spesso è, segno di fiducia nelle istituzioni: c’è un elettore che non va a votare perché si fida di come vanno normalmente le cose, e si riserva di intervenire quando ve ne fosse bisogno. Non è però questo il caso dell’Italia, dove di regola l’astensione equivale a un voto di protesta e di sfiducia verso la politica in quanto tale. Il fatto  che quasi il 40 per cento degli elettori non si sia recato a votare conferma per finire che la crisi italiana è purtroppo ancora ben lungi dalla sua soluzione.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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