Papa Francesco: l’importanza di capirne lo stile

 La tertulia di Francesco, uno stile rischioso, La Nuova Bussola Quotidiana, 15 giugno 2017

“Roma locuta, causa soluta” (Roma ha parlato, la questione è risolta): da secoli si era abituati e fermi nell’idea – sintetizzata in tale motto latino — che il Papa parlasse in pubblico solo in modo ufficiale; e che mai aprisse dibattiti,  ma nei dibattiti entrasse soltanto per concluderli.  Con Papa Francesco le cose sono cambiate. Egli si riserva anche la libertà di parlare a ruota libera, di entrare in dibattiti e spesso anche di aprirli. Teniamone conto.

Questo modo di fare può apparirci talvolta imbarazzante. Rispetto però alla Chiesa, e al valore originario ed essenziale della sua unità attorno a Pietro, tutti questi nostri disagi e imbarazzi sono  bruscolini. Più importante allora è comprendere i criteri alla base del modo di comunicare di questo Papa. Con Francesco è giunta alla ribalta del mondo, e prima ancora della Chiesa universale, la tradizione tipicamente ispanica della “tertulia”, della conversazione in cui si lanciano delle idee anche non verificate, attendendosi che poi escano chiarite dal confronto tra i vari interlocutori. Beninteso, Francesco non fa di certo solo della “tertulia”. La maggior parte dei suoi discorsi pubblici sono papali nel senso più consolidato della parola. Certe sue conferenze stampa sugli aerei, che lo riportano a Roma dalle sue visite apostoliche nel mondo, sono invece chiaramente ispirate allo stile della “tertulia”. E lo stesso si può dire di alcuni passaggi delle sue Esortazioni, che per l’appunto non sono delle Encicliche.

Facciamo un caso, che deliberatamente scegliamo tra quelli che non hanno rilevanza per la fede e la dottrina della Chiesa. Nel gennaio scorso fece il giro del mondo il passaggio di un’intervista al Papa al quotidiano spagnolo El País in cui egli diceva tra l’altro che quella di  Hitler “fu una elezione democratica, non una imposizione. Il popolo lo votò e lui lo portò alla distruzione. Questo è il pericolo che si può correre ancora oggi”. Ebbene, non fu affatto così: Hitler diventò cancelliere del Reich e poi dittatore non per volontà popolare, ma scavalcando il Parlamento democraticamente eletto, dove i nazisti in regolari elezioni mai ottennero la maggioranza dei seggi. Se mai si fosse dovuto citare questo dato in un documento o discorso ufficiale, di certo Papa Francesco o i suoi collaboratori avrebbero controllato la notizia evitando così di accreditare un’informazione sbagliata, peraltro oggi molto diffusa. Nel suo stile però in questo caso ciò non era evidentemente necessario. Gli interessa la sostanza delle questioni, e di  raggiungere il cuore di quanta più gente possibile; ogni altro dettaglio gli interessa molto meno. Teniamo dunque conto di questo suo stile.

La frase, aggiungiamo, è tratta da un’intervista in cui veniva chiesto al Papa un giudizio sul nuovo presidente americano, Donald Trump, che si era allora appena insediato. Francesco risponde “Si vedrà. Vedremo ciò che fa e allora valuteremo”. Poi però continua osservando “Nei momenti di crisi si perde la lucidità di ragionamento (…). Cerchiamo un salvatore che ci ridia una identità e la difendiamo con ogni mezzo (…). E questo è grave”. Fa quindi l’esempio della Germania degli anni ’30 del secolo scorso “Una Germania distrutta che vuole rialzarsi, che cerca una identità, un leader, qualcuno che le restituisca l’identità e si affida a un giovanotto che assicura poterlo fare, Hitler”. Prosegue poi dando per buona l’informazione sbagliata di cui si diceva, ossia che Hitler sarebbe stato eletto cancelliere e poi dittatore dal popolo.

In effetti tutto ciò che ha fatto seguito alla prima frase (“Si vedrà. Vedremo ciò che fa e allora valuteremo”) era “tertulia”, ma è stato una manna per El País, vassallo spagnolo del New York Times, il capofila dei giornali Usa schierati a testa bassa contro Trump. A questo punto El País ha potuto cercare di far passare l’idea che per Francesco Trump fosse una specie di reincarnazione di Hitler. Non sorprende — osserviamo concludendo — che qualcuno cerchi per interessi suoi di tirare Francesco dalla sua parte. E non sorprende nemmeno che il Papa scelga di non perdere tempo a correggere le interpretazioni in mala fede che vengono date delle sue parole. Sorprende però che non abbia qualcuno che — come Joaquín Navarro Valls ai tempi di Giovanni Paolo II – gli copra le spalle. Ne avrebbe urgentemente bisogno.

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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