Per uscire dalla crisi la politica non basta

 Grande coalizione. Odore di compromesso, La Nuova Bussola Quotidiana,  4 luglio 2017

 Senza ancora osarlo dire a chiare lettere, l’ordine costituito ci sta preparando alla “grande coalizione” tra Berlusconi e Renzi.  Già prima dell’esito delle elezioni comunali di giugno la flotta dei grandi giornali, telegiornali e salotti televisivi aveva sospeso il bombardamento su Berlusconi. Adesso siamo alla fase due, all’insegna de “il diavolo non è così brutto come lo si dipinge”. Parallelamente sono in corso i lavori di ridimensionamento di Matteo Renzi. In tale orizzonte piovono petali di rosa sulla nuova sinistra di Bersani, Pisapia, Cuperlo, Boldrini e amici (anzi, compagni). E’ un’armata per spazzare via la quale non ci sarebbe nemmeno bisogno dei grandi calibri: cabarettisti e vignettisti sarebbero più che sufficienti.

Bersani e Pisapia vengono invece coccolati come teneri cuccioli, nella speranza che diventino al più presto dei leoni in piena regola. Per una forza politica che nasce sulla base della rottura con Renzi  la futura alleanza con il Pd è per definizione impossibile Più cresce e più la “grande coalizione” diventa inevitabile. E’ però una zuppa complicata, per preparare e cucinare la quale occorre tempo. Questo spiega perché, dopo che per decenni le legislature si sono chiuse prima della loro naturale scadenza, adesso improvvisamente la scadenza naturale è divenuta un pilastro sacrosanto della democrazia italiana.

La stabilità è in pratica l’unica cosa che interessa ai “mercati”, nuovo nome più simpatico di quella  che una volta, quando non era così amata come oggi, si chiamava la “speculazione internazionale”. Ai “mercati” la stabilità va bene a prescindere da chi la garantisce, fosse pure Hitler, come dimostra il successo dell’economia tedesca negli anni del suo governo, fino allo scoppio della guerra.

Tornando al nostro caso di oggi, tanto più ci si deve preoccupare quando poi, nel pieno di una crisi come quella che ora ci travaglia,  la gente comune è d’accordo con i “mercati”. Se infatti la gente comune preferisce che tutto resti come è, ciò significa che teme le cose possano cambiare solo in peggio. Può darsi che, al punto cui siamo arrivati, la “grande coalizione” sia inevitabile. Questo però non significa che sia il meglio. La “grande coalizione” è il brodo di coltura ideale per compromessi al ribasso in ogni campo. Una prospettiva quanto mai preoccupante in un Paese come il nostro dove élites post-illuministe stanno lavorando a un progetto organico di distruzione di quel che resta di cristiano, e quindi di umano, nella tradizione del popolo potendo contare sulla diffusa disponibilità delle élites cattoliche a scambiare qualsiasi primogenitura con qualsiasi piatto di lenticchie.

Prima  che economica, la crisi è culturale. E’ una crisi del senso di responsabilità e della speranza. E’ cioè la crisi di qualcosa  che viene prima e rispettivamente che va oltre le ricette degli economisti e i progetti dei politici. Naturalmente le buone ricette degli economisti e i buoni progetti dei politici hanno la loro cruciale importanza; sono importanti, però non sufficienti. Non si spiegherebbe altrimenti perché nell’Italia squassata dalla guerra del 1944 siano nati più bambini di quelli venuti al mondo l’anno scorso, e perché nell’Italia del 1945, uscita sconfitta e devastata dal Secondo conflitto mondiale, si costruisse e si intraprendesse molto più di adesso.

Rieducare alla responsabilità costruttiva e riseminare la speranza è impresa al di sopra delle forze sia della scienza che della politica. E’ piuttosto un compito della Chiesa, dei cristiani, e di altre “agenzie” a questo livello, se ce ne sono.Oggi invece la presenza civile dei cristiani è rilevante quasi solo nel campo dei servizi di assistenza e di solidarietà sociale; nei servizi caritativi nel senso più immediato del termine. Servizi beninteso utili, tanto più in tempi di crisi economica, ma non sufficienti a rimettere in moto quei processi di cui si diceva.

Occorre insomma che la Chiesa torni ad essere mater et magistra molto più di quanto sia adesso. Occorre un magistero che torni a testimoniare e quindi a insegnare i fondamenti,  senza sconfinare nella sfera dell’immediato, dove talvolta per scarsa conoscenza può invece cascare nella trappola dei luoghi comuni, come troppo spesso si vede nel caso dei giudizi e dei suggerimenti proposti con riguardo al fenomeno delle migrazioni non programmate.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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