Gommoni: il paradossale drammatico esodo di un popolo di disperati, ma non di poveri

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo,  12 luglio 2017

Un’emergenza che è l’esito del sommarsi di politiche maldestre e di furbizie di  corto respiro sia dell’Italia che dell’Unione Europea nel suo insieme: questo è in sostanza il problema dell’attuale afflusso via mare di masse di migranti irregolari per lo più in Sicilia, a Lampedusa, in  Calabria e anche altrove.

Alla radice del fenomeno c’è un drammatico dato obiettivo: il gigantesco squilibrio tra il reddito pro capite dei Paesi europei e quello dei Paesi dell’Africa e della maggior parte dell’Asia. Per affrontare il fenomeno alla radice occorre pertanto che la comunità internazionale affronti la questione di tale squilibrio. Frattanto se ne possono soltanto mitigare le conseguenze più nefaste.

Oggi ci sono Paesi dell’Africa e dell’Asia dove il reddito pro capite è, ad esempio,  un cinquantesimo di quello svizzero. In questo quadro  la guerra è solo una ragione in più per motivare un desiderio di fuga che è già forte quanto basta  pure in tempo di pace.  Una fuga, beninteso, che non tutti possono permettersi di tentare. Quelli infatti che a noi sembrano dei poveri disperati di certo sono dei disperati, ma (relativamente ai Paesi di cui provengono) non sono affatto dei poveri. Sono per così dire dei ceti medi; altrimenti non avrebbero potuto mettere insieme i 3 mila/6 mila euro che devono spendere per arrivare sulle coste libiche e mettersi in mare verso l’Italia.

Oggi si calcola che dall’80 al 90 per cento di coloro che affollano i famosi gommoni siano migranti economici, per la maggior parte originari di Paesi dell’Africa sub-sahariana. A norma delle convenzioni internazionali vigenti solo i profughi hanno diritto all’accoglienza ipso facto. Ai migranti economici irregolari ciò viene negato, tra l’altro per rispetto verso i migranti regolari. Fermo restando il dovere del pronto soccorso, questi migranti dovrebbero venire espulsi verso i Paesi d’origine.

Del problema l’Unione Europea si fece carico con un accordo, siglato a Dublino nel 1990 e poi variamente integrato e aggiornato fino al 2003, che è stato travolto dagli eventi. Pensato quando le migrazioni “non programmate” verso l’Unione Europea riguardavano poche centinaia di persone all’anno, prevede procedure oggi impraticabili. Adesso che siamo di fronte all’afflusso di centinaia se non di migliaia di persone al giorno questo sistema scarica sulle spalle dei cosiddetti “Paesi di primo approdo”, innanzitutto l’Italia, un onere sempre meno sostenibile.

Invece di rinegoziare tempestivamente l’accordo di Dublino, per anni i governi di Roma, sia di centrodestra che di centrosinistra, hanno però preferito fare la politica delle  braccia aperte, senza affatto impegnarsi efficacemente a scoraggiare l’afflusso dei migranti economici irregolari. E hanno  risolto furbamente il problema fingendo di raccogliere tutti questi migranti in centri di identificazione e di selezione dai quali la loro fuga (verso il Nord Europa ove sono per lo più diretti) era per così dire prevista e agevolata. Frattanto attorno al traffico di esseri umani verso l’Unione Europea agli interessi illegittimi dei passatori criminali si sono aggiunti anche gli interessi legittimi, ma ciononostante discutibili, di chi fornisce servizi per il soccorso e l’accoglienza di queste masse di migranti irregolari. Non c’è spazio per parlarne qui più in dettaglio ma torneremo quando possibile sull’argomento. Divenuta adesso la situazione sempre meno sostenibile, l’attuale governo di Roma ha finalmente aperto la  vertenza con Bruxelles, dove però si preferisce fare orecchie da mercante.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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