Macron, Trump e la mobilitazione permanente della stampa “liberal” contro di lui

Nemici-amici. E’ la strategia Trump, La Nuova Bussola Quotidiana, 15 luglio 2017

Per restare solo ai casi più importanti siamo già a tre. Sulle prime pagine della stampa che più conta nel mondo (sempre meno si capisce perché mai), l’incontro di ieri e dell’altro ieri fra Trump e Macron è stato raccontato ispirandosi al medesimo e sempre più logoro copione. E’ un copione i cui due eterni pilastri sono da un lato il preannuncio di grandi incomprensioni e attriti nei giorni che precedono l’incontro, e dall’altro la sorpresa per la cordialità dei colloqui e per i loro positivi risultati nei giorni che lo seguono.  Era già accaduto con il Papa e con Putin, ma anche con altri personaggi dal re dell’Arabia Saudita al premier israeliano. Ci si inventa insomma una freddezza che non c’è, e poi si fa la notizia sul fatto che non ci sia.

Continua insomma la mobilitazione contro Trump di un ordine costituito del sistema mediatico internazionale che non lo voleva, che è stato preso di sorpresa dalla sua elezione, che non lo sopporta e non  vi si rassegna. Non è questa malgrado tutto una battaglia impari. Trump infatti, che è fra l’altro un’ex star televisiva, conoscendo benissimo la tecnica e il linguaggio della comunicazione massmediatica, sta al gioco con grande abilità e per lo più finisce per  aggiudicarsi la partita. D’altra parte questa sua destrezza era già emersa nel corso della sua campagna elettorale quando si mise sistematicamente a provocare le reazioni sempre più scomposte dei giornali e dei telegiornali “liberal”, dal New York Times alla Cnn, avendo capito che la campagna contro di lui  organizzata da questi organi di stampa giocava per contraccolpo a favore dello schieramento a suo favore del blocco sociale che infatti gli ha poi dato la vittoria. Oggi che è alla Casa Bianca egli usa con altrettanta destrezza a suo favore del “Russiagate”, una montatura che non ha alcuna possibilità di successo.

Alla vigilia di ogni suo importante incontro internazionale Trump un po’ lascia girare e un po’ alimenta di persona notizie di dissensi e di attriti per quindi giocare con disinvoltura la carta della cordialità e del “Abbiamo visto che possiamo fare molte cose insieme”.

Se poi si passa dall’osservazione della sua tattica a quella della sua strategia diventa chiaro che l’uomo fa quello che ha promesso e sulla base di cui è stato eletto.  Come europei possiamo talvolta esserne lieti e talvolta no, ma innanzitutto dobbiamo guardare alla realtà dei fatti e non ai vaneggiamenti per procura di quei corrispondenti italiani a New York che ogni sera, quando là dove vivono è mattina, ci ripetono come disciplinati pappagalline e pappagalline quanto hanno appena letto sul New York Times e sul Washington Post.

Trump non ama l’Unione Europea. In campagna elettorale aveva detto chiaro e tondo di considerarla un tentativo fallito di costruire un grande mercato interno in grado di far fronte a quello degli Stati Uniti.  Da presidente non ha mai  cessato di snobbare gli gnomi di Bruxelles, da Junker a Tusk, ritenendo che nel continente europeo ci sono soltanto due Paesi con cui si deve trattare, la Germania e la Francia; da prendere però in conto uno alla volta e non in blocco. E c’è poi un Paese con cui avere grande cordialità di rapporti: la Polonia. Questo sia per mandare un “segnale” alla Germania; e sia perché i polacchi-americani sono un pilastro del suo elettorato. Ci potrà dispiacere, ma l’Italia — e in particolare l’Italia di Renzi e di Gentiloni, maldestri e sfegatati ex-tifosi dell’ultima ora di Obama —  non è invece in cima ai suoi pensieri.

Così stanno le cose, e tutto questo aiuta a capire obiettivi e risultati della sua visita di questi giorni a Parigi e del suo incontro con Macron. Il nuovo presidente francese è stato eletto con voti per lo più socialisti, ma con un programma per lo più nazionalista. Chi non ci crede vada a leggersi o a riascoltare il suo discorso davanti al Louvre la sera della sua vittoria contro Marine Le Pen. Da quanto si è visto e ascoltato in questi giorni a Parigi non si stenta a capire che Trump punta a prescindere dall’Unione Europea e a tenere a bada la Germania, facendo leva sulle ambizioni francesi (e sulle simpatie di cui gode in Polonia). Come si muove frattanto il nostro governo? Non si muove, ha ben altro da fare. Deve occuparsi dello ius soli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Macron, Trump e la mobilitazione permanente della stampa “liberal” contro di lui

  1. rino fruttini ha detto:

    Cari Amici, Vittorio Feltri e Robi Ronza,
    scrivo questa breve nota a entrambi, in primo luogo perché leggo i Vs. scritti , di Vittorio su Libero, che acquisto giornalmente in edicola, di Robi perché ha la cortesia di inviarmeli dal suo blog. In secondo luogo perché li condivido e/o contesto in quanto ci accomuna una storia analoga: educazione parrocchiale (vi ci vedo in veste nera o rossa e cotta bianca !), cultura laica, se non atea alle scuole medie superiori ( il professore d’italiano e/o di storia e filosofia, cultore delle teorie di Salvemini e/o di D’annunzio, ne era mallevadore); ed infine la professione giornalistica con scelta (o non scelta) di affiancamento ai partiti dell’arco costituzionale.
    E vengo al punto.
    Noto, con un certo disappunto (chiedo venia per la cacofonia) , che da quando Renzi è caduto in disgrazia ve la prendete con lui: per l’indice di disoccupazione (soprattutto dei giovani) , per il differenziale ricchi/poveri sempre più in divaricazione; per la politica sull’immigrazione conseguenza della nostra posizione di debolezza in una Eu/€. che ci vede soccombere prima di fronte alla Germania, ora alla Francia di Macron. Ed a proposito di quest’ultimo , non solo Voi, ma in genere i mass media nel loro complesso, ne apprezzate la capacità di manovra e di decisione, per come si sta evolvendo nei primi centro giorni, fatidici per la strategy imprinting della sua personalità.
    Ora, cari amici mi permetto solo un’osservazione. Se Renzi avesse vinto i referendum di riforma costituzionale del 4 dicembre u.s., non era forse il Macron italiano che , forte della maggioranza assoluta del nuovo parlamento, eletto con suffragio anticipato (quel 51% che Berlusconi invano evocò) poteva:
    a) sviluppare l’economia dell’intrapresa , articolando il Jobs act in funzione dell’algoritmo liberista investimenti/occupazione/reddito;
    b) condizionare il rispetto del fiscal compact all’attuazione di una politica dell’immigrazione da condividere con i 27 partner europei (leggasi ripartizione delle quote di accoglienza e di temporanea ospitalità ed, a seguire, respingimenti dei non aventi diritto di asilo) : a volte anche i ricatti, da posizione di forza basata sul consenso democratico hanno qualche chance di successo;
    c) poter disporre di un margine di manovra a medio-lungo termine , di una certa tranquillità, a larga maggioranza parlamentare,nel perseguire il miglioramento del rapporto costi/benefici da cui, a cascata: miglioramento del rapporto PIL/Deficit/Debito Sovrano; riduzione degli squilibri socio-economici; crescita del consenso verso il Governo della Repubblica ?
    Come ben sappiamo il film non ha avuto questa trama, ma regie e copioni ben diversi . E mi domando quanto i mass media, compresi i Vostri abbiano influito nel perseguire quella posizione di “renziana debolezza” che Voi ora state riportando, un giorno si e l’altro pure all’onore delle cronache. E mi domando ancora chi abbia vinto questa partita referendaria,fondamentale per il futuro della nostra Nazione, se non la sinistra anarchica, pasticciona, autoreferenziale (nel senso di chi, come Voi , se la canta e se la suona, senza uno spartito nell’aggregazione creativa di note, con un minimo di melodia che resti nella memoria: chiedo venia per la metafora).
    C’è tutta una letteratura di grandi esperti di diritto costituzionale (Zagrebelsky in testa) che si fregiano di spiegare come la riforma fosse mal fatta. Il sarcastico presenzialista de Il Fatto Quotidiano, l’ineffabile Travaglio, ospite a “8 e mezzo” della Dr.ssa Lilli Gruber dileggiò Renzi perché tecnicamente le prime due liste alla prima tornata elettorale non potevano essere oggetto di ballottaggio, per l’elezione di un Parlamento che finalmente veniva ridotto di 1/3 dei suoi componenti . Poi Travaglio non ha spiegato perché tale metodo possa essere costituzionale solo a livello elezione dei sindaci e dei consiglieri dei Consigli Comunali.
    E per quanto tempo ci ha tediato la polemica su un Senato eletto da consiglieri regionali , “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”, ovvero da una base elettorale di secondo livello. Avremmo avuto , finalmente, una stanza di compensazione ad evitare leggi e leggine regionali disarticolate e spesso fra loro in contraddizione. Da lì allo snellimento dei procedimenti amministrativi ed all’abolizione dei T.A.R . per mancanza di contenzioso la strada era aperta . Infine, province e Cnel aboliti significava un ulteriore risparmio dei costi della politica. In termini di snellimento del D.M.U. (Decision Making Units: una formula che sta tanto a cuore agli anglosassoni e che Voi, cari amici, dichiarate spesso di tenere in grande considerazione) , la riforma avrebbe significato quel grado di “efficienza ed efficacia” dell’apparato pubblico statale e locale che tutti attendiamo da decenni.
    Leggo oggi su Libero che Gentiloni punti a fare il Presidente anche per la prossima legislatura. Nomen omen : meditate gente ! …e sul “patto Gentiloni” del 1913 ! D’altra parte Giambattista Vico insegna, con i suoi “corsi e ricorsi” della storia.
    E concludo augurandoVi buone vacanze
    _____________
    RINO FRUTTINI

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