Trump e Putin: i perché di una finta crisi

La pantomima diplomatica Usa-Russia, La Nuova Bussola Quotidiana, 1 agosto 2017

Ovunque nell’emisfero Nord (dove stanno tutte le grandi potenze)  in queste settimane culmina il periodo delle ferie estive. Non ci si deve perciò forse sorprendere che, in sintonia con questo clima di vacanze, alla ribalta delle relazioni internazionali siano in scena due pantomime.

Una è quella caratterizzata dai ruggiti della Corea del Nord,  il Paese con un reddito pro capite inferiore a quello del Nepal (cfr. in questo stesso sito “Corea del Nord, chi ha interesse a mantenerla?”, La Nuova Bussola Quotidiana, 11 aprile 2017), al riparo dalla carestia solo grazie a continui e ingenti soccorsi alimentari dall’Occidente, che si finge di credere possa davvero colpire con missili a testata nucleare il Giappone e l’Alaska. L’altra è quella degli attriti fra Washington  e Mosca, segnata da espulsioni reciproche di personale diplomatico e dalla riaffermazione delle sanzioni occidentali contro la Russia (quelle che Usa, Gran Bretagna e Germania hanno voluto e ribadito, ma di cui paga in particolare il prezzo l’ industria alimentare e manifatturiera del nostro Paese). In questo secondo caso la situazione è tuttavia più complessa: la pantomima s’intreccia infatti con l’opposizione che  Trump incontra nel Congresso, non solo come è ovvio tra i democratici ma anche tra i repubblicani.

Rimandando per ciò che concerne la Corea del Nord a quanto già abbiamo scritto in precedenza (cfr. in questo stesso sito “Corea del Nord. Una soluzione non militare”, La Nuova Bussola Quotidiana, 18 aprile 2017 ), soffermiamoci qui sul caso della presunta crisi Usa/Russia.

All’origine di tutta la vicenda c’è il tentativo – avviato appunto da circoli di opposizione a Trump non solo fuori ma anche dentro il suo partito —  di indebolire il nuovo presidente Usa e magari anche di farlo cadere, accusandolo di diretti o indiretti contatti illeciti con il governo russo, sia durante che dopo la campagna elettorale. Si tratta, è bene sottolinearlo, di un’illiceità possibile ma non accertata;  fino ad oggi infatti non è stata raccolta alcuna prova al riguardo. E’ una campagna del tutto pretestuosa: si gioca, nel caso di Trump, a trasformare in un illecito qualcosa che è semplicemente normale. Tutti i governi del mondo che possono permetterselo sviluppano rapporti a Washington non solo  con la Casa Bianca ma anche con candidati presidenziali e con altre personalità politiche della maggioranza o dell’opposizione.

Non è escluso che tali rapporti possano magari diventare illeciti, ma non sono illeciti in quanto tali. Esistono nella capitale americana  pure delle società di consulenza che legalmente assumono incarichi al riguardo. Ad esempio quella fondata da Henry Kissinger. In quanto poi a tentativi vari di influenzare dall’estero campagne elettorali, anche le nostre cronache recenti non ne sono prive: si pensi ad esempio all’invito a pranzo alla Casa Bianca del presidente Obama a Renzi e signora durante la campagna per il nostro recente referendum costituzionale. O anche alla discesa in campo dello stesso Obama per il “no” al referendum britannico sulla Brexit.

Venendo al caso di Trump e  di Putin è evidente  che i due s’intendono, e probabilmente anche si piacciono. Tatticamente un po’ di attrito conviene ogni tanto  ad entrambi, ma strategicamente sono degli alleati di ferro. Tanto l’opposizione anti-Trump del Congresso ne è consapevole che qualche giorno fa alla Camera dei Rappresentanti è passata una legge che non solo inasprisce le sanzioni vigenti contro la Russia ma contiene anche norme esplicitamente intese ad impedire a Trump di attenuarle.

Di fronte alla campagna in corso a Washington contro la presunta intelligenza di Trump con il presunto nemico Putin la cosa migliore che quest’ultimo poteva fare per dargli una mano era perciò quella di fare un po’ rombare i cannoni in lontananza. E così ha fatto ordinando l’espulsione complessiva di 755 impiegati e funzionari in servizio all’ambasciata americana a Mosca o nei tre consolati Usa di San Pietroburgo, Ekaterinburg e Vladivostok. A seguito di ciò il personale diplomatico dell’ambasciata americana a Mosca scenderà a 455 unità diventando così pari a quello in servizio all’ambasciata russa a Washington.  Una bella scarica di colpi a salve, insomma, per far capire a tutti quanto egli sia nemico del suo amico Trump. Sin qui la pantomima; questo non toglie tuttavia che la carta dell’inasprimento dei rapporti con la Russia, che il Congresso sta giocando per condizionare Trump, possa anche avere un impatto negativo su una situazione internazionale che è già complessa di suo.

 

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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