“Mani Pulite”: una storia da ripensare

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 15 settembre 2017

 Un’inattesa auto-critica di Antonio Di Pietro, il pubblico ministero della famosa inchiesta Mani Pulite, ha sorprendentemente riaperto in Italia il dibattito sul senso e sulle conseguenze dell’iniziativa giudiziaria che nel febbraio 1992 diede il via a una crisi politica fino ad oggi non conclusa.

Intervenendo lo scorso 7 settembre in una delle ultime puntate, peraltro dedicata ad altri argomenti,   della trasmissione “L’aria che tira/Estate”, diffusa dalla rete La7,  l’ex magistrato e oggi uomo politico è venuto inaspettatamente a parlare di Mani Pulite, nota anche come Tangentopoli.   A chi voglia farsi direttamente un’idea dell’accaduto consigliamo di vedere di persona la trasmissione, oggi reperibile su YouTube.  Nel corso di essa Antonio Di Pietro non ha esitato a dire frasi come “Ho fatto l’inchiesta Mani Pulite con cui si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima Repubblica: il male, che era la corruzione e ce n’era tanta, ma anche le idee” (…) “ho fatto politica basandola sulla paura e ne ho pagato le conseguenze” (…). Ha aggiunto di essersi reso conto  di aver sbagliato a  costruire la sua politica “sulla paura delle manette, sul concetto che erano tutti criminali”.

Intervistato qualche giorno dopo dal quotidiano via Internet Il Sussidiario, Di Pietro ha ulteriormente argomentato queste sue riflessioni. Pur difendendo la sua iniziativa giudiziaria,

“Mani Pulite doveva essere fatta anche prima di quando la facemmo noi (…) tutti sapevano, ma nessuno riusciva a trovare il bandolo della matassa. Noi lo abbiamo trovato”, Di Pietro ora riconosce che “Purtroppo da quell’inchiesta si è creato un vuoto, non solo un vuoto di figure politiche, ma dell’idea stessa della ricostruzione della politica. L’inchiesta era doverosa, ma chi voleva fare o restare in politica doveva costruire una idea politica. Invece si è cercato il consenso sul piano individuale, sul personalismo. (…). “La colpa non la do all’inchiesta, la do a una mancanza di idee politiche”, continua l’ex magistrato. “Al tempo della cosiddetta Prima Repubblica, nelle loro diverse forme, in quel pentapartito pieno di corruzione, le idee erano giuste, erano i comportamenti a essere sbagliati. Allora ci si basava sul senso di democrazia, solidarietà, economia, bene del popolo. La Democrazia cristiana è nata sull’idea delle convergenze popolari, il Partito comunista si basava sull’idea di solidarietà popolare. Tutti valori ottimi e necessari”.  Di Pietro estende poi la sua critica anche ai suoi ex colleghi magistrati: “Tra i tanti effetti di Mani Pulite”, osserva, “c’è stato anche l’effetto emulazione, sono nati i magistrati dipietristi. E’ uno dei rischi che la magistratura deve evitare. La magistratura fa lo stesso lavoro che fa il becchino. Il becchino interviene quando c’è il morto, la magistratura deve intervenire quando c’è il reato; la magistratura che vuole invece sapere se c’è il reato è una magistratura pericolosa, perché con le indagini esplorative si crea il delinquente prima che ci siano le prove”.

Pure questa intervista, tuttora reperibile via Internet, merita di venire letta per intero, anche se ne resta fuori un capitolo importante dei nefasti…effetti collaterali di Mani Pulite: lo sconquasso della grande industria italiana, che da essa subì un colpo dal quale fino ad oggi non si è ripresa. Uno sconquasso da cui la stessa Fiat uscì definitivamente indebolita e  che ebbe il suo tragico culmine nel luglio 1993 con il suicidio in carcere dell’ex presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, e con il suicidio del presidente del gruppo Ferruzzi-Montedison, Raul Gardini, nell’imminenza del suo arresto. C’è una preoccupante concomitanza in quel cruciale periodo tra l’estendersi dell’inchiesta Mani Pulite alla grande industria italiana e l’avvio dell’affrettato ingresso dell’Italia nell’euro, per di più con uno sfavorevole tasso di cambio tra la vecchia lira e la nuova valuta europea, costato il disfacimento oppure il passaggio sotto controllo straniero di diversi grandi gruppi industriali di importanza strategica.

Il ripensamento di Antonio Di Pietro resta comunque sorprendente e anche ammirevole. Anche se non è di buon auspicio l’eco relativamente scarsa che gli è stata finora data, c’è da augurarsi che sia spunto per una revisione complessiva del giudizio su quanto è accaduto in Italia da allora ad oggi. Una revisione necessaria nella prospettiva della ricerca della via d’uscita da una crisi che tarda ancora a finire, malgrado i forti segnali di ripresa che si registrano nel resto dell’eurozona.

 

 

 

 

Annunci

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
Questa voce è stata pubblicata in Taccuino Italiano e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...