Famiglia: la latitanza del governo e l’urgenza di una lettera pastorale collettiva dei vescovi italiani sulla materia

La Conferenza Nazionale della Famiglia, terza di una serie iniziata nel 2007, per legge dovrebbe venire convocata ogni tre anni. Tale scadenza è stata rispettata una volta sola. All’ attuale governo va riconosciuto il merito di averla finalmente riconvocata ieri e oggi a Roma a sette anni dalla sua seconda sessione, che ebbe luogo a Milano nel 2010. Ciò detto, di positivo resta ancor ben poco da aggiungere.

Più che per i suoi risultati, che sono praticamente nulli, la Conferenza merita piuttosto di venire analizzata come caso esemplare della capacità direi “andreottiana” di Gentiloni e del suo governo di dare finte risposte ai problemi che non può o meglio non vuole affrontare. Il primo tra i più gravi problemi attuali del nostro Paese è la crisi demografica i cui decisivi legami con le difficoltà della famiglia naturale e stabile, ossia della famiglia fertile e capace di educare, sono evidenti e dovrebbero essere ovvi. Si tenga poi conto che in realtà la crisi demografica è non la principale conseguenza bensì la maggiore causa della crisi economica. Se la popolazione non cresce e invecchia, come oggi accade, vengono meno le spinte sia economiche che sociologiche senza le quali non si esce dalla crisi.

Ricordiamo ancora una volta che oggi  in Italia vengono al mondo meno bambini di quanti ne nacquero nel 1943 e al 1944, ossia nel pieno della tragedia della Seconda guerra mondiale. Ciò conferma che le ragioni della crisi demografica non sono soltanto socio-economiche ma prima ancora culturali: e in tal senso eccedono la sfera della politica. Nei limiti tuttavia in cui sono socio-politiche, sia ieri Paolo Gentiloni nel suo discorso di apertura che questa mattina Maria Elena Boschi in quello di chiusura  dei lavori della Conferenza sono venuti a dire che il governo, essendo alla fine del suo mandato, non farà nulla al riguardo. I due a parole non hanno lesinato commosse lodi e riconoscimenti alla famiglia, ma hanno poi rimandato il passaggio dalle parole ai fatti  a un non meglio definito “secondo tempo” che potrà iniziare solo con la prossima legislatura (nella quale evidentemente sia l’uno che l’altra presuppongono di sedere là dove siedono adesso). Al di là di ogni funambolismo ciò semplicemente significa che ai loro occhi la questione non è prioritaria. I motivi sono paradossalmente più culturali che politici. Attengono infatti in primo luogo alla visione del mondo laica-radicale che è oggi la cultura dominante dell’area politica post-marxista cui appartengono: una visione del mondo che taglia alla radice tutte le buone ragioni per cui si mettono al mondo dei figli e ci si impegna a crescerli e ad educarli anche con tutti i sacrifici immediati che ne conseguono.

La Conferenza è stata un esempio magistrale di “gestione” di un problema spinoso per questo governo. Non solo infatti sono stati pre-selezionati i problemi da affrontare, relegando ai margini quelli fondamentali. Si è anche attivato un accorto meccanismo di pre-selezione dei partecipanti:

“La partecipazione ai lavori, anche alla luce del numero limitato dei posti disponibili”, si spiegava sul sito ufficiale dell’evento, “sarà riservata ai soggetti istituzionali e ai rappresentanti delle organizzazioni nazionali della società civile presenti negli organismi collegiali a supporto delle politiche in materia di famiglia”. Grazie a questa gherminella sono stati così esclusi dalla Conferenza Massimo Gandolfini  e le organizzazioni che promossero i “Family Day”. Sono state lasciate fuori anche le associazioni “arcobaleno”, ma di rappresentarle indirettamente si sono fatte carico sia la presidente della Camera, Laura Boldrini, che nel suo intervento ha trovato il modo di dire che “si deve parlare di famiglie al plurale, la nostra legislazione ne ha preso atto” e sia Maria Elena Boschi che si è schierata a favore di “un’attenzione verso tutte le famiglie”. Non contenta insomma di aver pre-selezionato i partecipanti alla Conferenza, la maggioranza di governo ha colto anche l’occasione per…rieducarli.

Tenuto conto di come vanno le cose nell’area di centro-destra, in queste materie non sempre alternativa all’area di centro-sinistra, ma soprattutto tenuto della radice sostanzialmente culturale del problema, resta da domandarsi da dove potrebbe venire una sollecitazione adeguata al suo affronto appunto al livello di fondo di cui si diceva. Ci sembra che nella società italiana non ci sia al riguardo un’ “agenzia” più adeguata della Chiesa. Una lettera pastorale collettiva dei vescovi italiani sull’argomento potrebbe essere un segnale di partenza proporzionato all’entità della sfida.

29 settembre 2017

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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