Catalogna. Referendum per l’indipendenza: adesso il problema è come rimediare a una rottura che non conviene a nessuno

Ma in che pasticcio sono andati a mettersi? A me, che seguo con simpatia la causa catalana da oltre cinquant’anni, è questa la prima cosa che viene in mente guardando a quanto sta succedendo in Catalogna. E’ una questione che mi accadde di “scoprire” durante vacanze estive sulla Costa Brava in anni molto lontani sentendo predicare  in chiesa in catalano (fu allora che imparai a capire questa lingua, anche se non la parlo). Era ancora il  tempo della dittatura del generale Franco, un’epoca in cui il catalano non solo non era ufficiale ma veniva ufficialmente bandito, e quindi non ce n’era la minima traccia pubblica. Finita la dittatura la sua riemersione è stata sorprendente. Da un mese all’altro in città e paesi dove non si vedeva una sola parola scritta in catalano tutto ha cominciato a venire annunciato e denominato in questa lingua. Più tardi seguii come giornalista la vicenda della concessione dello statuto d’autonomia del 1979, e da allora ha sempre cercato di restarne informato.

In forza di tutto questo mi sento di dire con dispiacere che da qualche anno a questa parte la situazione si è  molto inquinata. Come già ebbi modo di ricordare (cfr. in questo stesso sito  “Autonomia catalana: luci e ombre di una buona causa”, 23 settembre 2017), dal 2010 è al governo a Barcellona una coalizione di forze di sinistra dominata da gruppi che si dichiarano esplicitamente eredi della Catalogna anarchica e trotskista dell’epoca della Repubblica spagnola. Coerentemente con tale ispirazione queste forze puntano non alla soluzione del conflitto ma allo scontro, alla “violenza come levatrice della storia”.

Quali che ne siano le possibili buone ragioni, nell’ attuale contesto storico, in particolare in Europa ma non solo,  porsi come obiettivo il distacco dallo Stato nelle cui frontiere si è inclusi risulta comunque del tutto irrealistico. Non solo lo Stato da cui si proclama di volersi staccare ma anche l’intero ordine costituito internazionale si schiera contro.  Con il nuovo statuto d’autonomia del 2006 la Catalogna aveva ottenuto una vastissima autonomia, ma non la piena autonomia fiscale della quale già gode in Spagna il Paese Basco. Un obiettivo forte ma realistico sarebbe stato e sarebbe la rivendicazione – nel quadro di un regime di autonomia — della piena responsabilità della raccolta delle imposte. Sarebbe stata e sarebbe una battaglia difficile ma proponibile e possibile.

Rivendicare  l’ indipendenza non serve a nulla, se non ad esasperare lo scontro. All’ errore dell’attuale governo catalano di Carles Puigdemont si è però aggiunto quello dell’attuale governo spagnolo di Mariano Rajoy che cercando di impedire a viva forza il referendum indipendentista è caduto nella trappola.  Fra l’altro non ha capito che le immagini inevitabilmente videotrasmesse in tutto il mondo  di agenti di polizia che bloccano seggi e  ne cacciano gli elettori gli avrebbero comunque giocato contro.

Dal momento che tale referendum è evidentemente illegale egli avrebbe avuto ottime ragioni per ignorarlo. Si aggiunga poi che il suo regolare e tranquillo svolgimento avrebbe spinto a parteciparvi anche quella buona parte degli elettori di Barcellona e del suo hinterland che, essendo immigrati o discendenti di immigrati dal resto della Spagna o dall’America Latina,  risulta non siano affatto favorevoli al divorzio della Catalogna da Madrid. Così invece i 2,2 milioni di elettori su 5,3 milioni di aventi diritto al voto che si sono recati alle urne erano ovviamente sostenitori militanti del governo regionale in carica, e per oltre il 90 per cento hanno votato a favore dell’indipendenza.  Si è così giunti a una pericolosa e sterile rottura dalla quale si può sperare di uscire solo grazie a una  forte e autorevole mediazione. In serata Puigdemont ha invocato per questo l’intervento dell’Unione Europea. Auguri.

1 ottobre 2017

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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