Referendum consultivi regionali del prossimo 22 ottobre: perché il voto è importante non solo per il Lombardo-Veneto ma per tutto il Paese

 Ormai a soli dieci giorni dai referendum consultivi in programma in Lombardia e in Veneto a sostegno della richiesta di  un’ulteriore autonomia per le due Regioni diventa sempre più impressionante il muro di silenzio con cui l’intero ordine costituito politico-mediatico del nostro Paese cerca per così dire di…raffreddare  quanto più possibile l’evento.

Diciamo in positivo che si tratta comunque di una buona occasione per capire  quale sia la sostanza del potere in Italia. In fin dei conti nel “Palazzo” l’iniziativa delle due Regioni non piace a nessuno. Non piace, come è ovvio e prevedibile, alle forze politiche di sinistra, giacobine e quindi centraliste per natura, e ai giornali romani  schierati a presidio degli interessi della burocrazia ministeriale e di chi vive del gigantesco indotto di enti vari che gli gira attorno.  Non piace però nemmeno, il che è davvero sorprendente, alle forze politiche di orientamento liberale, che altrettanto per natura dovrebbero essere autonomiste. E, paradosso dei paradossi,  piace poco perfino ai vertici della Lega Nord, il partito che nacque brandendo la bandiera del federalismo se non della secessione, ed al quale appartengono  i presidenti delle stesse Regioni Lombardia e Veneto. Il fascino delle sirene del centralismo si dimostra insomma ancora una volta più forte delle buone intenzioni di molti.

In quanto poi alle grandi reti televisive, mentre è ovvia la sorda ostilità di una pietra d’angolo del potere centrale come la Rai, è interessante e sintomatico l’analogo atteggiamento delle reti private, da Mediaset a Sky Tv e al La7. Conferma infatti quando forte ed estesa sia la loro sostanziale continuità con quel medesimo ordine costituito cui la Rai dà visibilità e luce.  L’economia del nostro Paese è il frutto dell’intreccio di due comete, quella che produce e quella  che vive del consumo della spesa pubblica improduttiva. La testa della prima è nel Nord mentre quella della seconda è a Roma, ma le  code di entrambe serpeggiano in ogni parte d’Italia.

Come già avemmo modo di osservare, gli ambiti  in cui, a norma dell’art. 116 della Costituzione, le Regioni a statuto ordinario possono chiedere ulteriore autonomia sono in fin dei conti poca cosa. Non si tratta di materie organiche bensì di segmenti di materie che nel loro insieme lo Stato continua a tenersi strette. E come se non bastasse lo Stato conserva poi come competenza esclusiva anche “la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”: una norma utile soltanto come marchingegno con cui togliere con una mano l’autonomia che si è concessa con l’altra. Una norma del tutto inutile invece riguardo al suo fine conclamato: nel mondo in cui viviamo, che non è più quello degli anni ’50 del secolo scorso, non c’è infatti alcun bisogno che lo Stato stabilisca quali siano i “livelli essenziali”. Li stabilisce la gente che, essendone costantemente informata, chiede ovunque non l’”essenziale”, ossia il minimo, bensì il massimo. E se non lo trova sul posto va a cercarlo altrove, come dimostra ad esempio il costante afflusso negli ospedali lombardi di pazienti dal Sud alla ricerca di cure medico-chirurgiche migliori.

In teoria l’oggetto del sostegno popolare, che i due governi regionali chiedono con i referendum di domenica 22 ottobre, riguarda insomma dei  bruscolini. In pratica non è così, almeno nella misura in cui diventerà il detonatore di una rinnovata attenzione sull’urgenza della riforma delle nostre istituzioni. Un’urgenza più che mai sentita in regioni come la Lombardia e il Veneto dove ogni giorno chi lavora nell’economia produttiva sente il peso dello svantaggio che deriva dalla minore efficienza e maggior costo dell’amministrazione statale italiana rispetto a quella dei Paesi confinanti e concorrenti. Perciò è importante che il 22 ottobre i lombardi e i veneti vadano a votare. Importante per loro, ma anche per il resto del Paese. Per tutti i motivi che più sopra ricordavamo il segnale d’inizio di quel risanamento della macchina dello Stato italiano, della cui urgenza dicevamo, può venire infatti solo dal Lombardo-Veneto, o più ampiamente dal Nordovest, non certo da Roma.

13 ottobre 2017

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Referendum consultivi regionali del prossimo 22 ottobre: perché il voto è importante non solo per il Lombardo-Veneto ma per tutto il Paese

  1. FrancescoTR ha detto:

    Il referendum servirà a lombardia e veneto per tenersi più soldi. Visto come li sprecano le altre regioni hanno pure ragione. Ma per il resto del paese sarà solo peggio. Magari poi gli ospedali rifiuteranno pazienti che vengono da altre regioni, chissà? Ma il voto è per avere più soldi
    (e potere) per la regione, punto e basta.

  2. Domenico Piacenza ha detto:

    A dire il vero i notiziari di RAISET nelle ultime settimane hanno parlato diverse volte dei due referendum regionali, ma sempre paragonandoli al referendum catalano e presentandoli come la versione nostrana dello stesso . Poi, forse rendendosi conto che il paragone non regge, hanno smesso di parlarne (= se non puoi disinformare allora è meglio censurare)

    Risposta a Francesco TR

    Punto 1) quando una persona si reca a curarsi fuori regione è poi la regione d’ origine a dover pagare la prestazione alla regione dove viene erogata la prestazione sanitaria. Di conseguenza le regioni che erogano prestazioni sanitarie a pazienti di altre regioni hanno tutto l’ interesse a continuare a farlo, perché questo permette loro di drenare risorse da altre regioni.

    Punto 2) per quale motivo “a priori” più soldi e più potere alle regioni deve essere per forza considerato un fatto implicitamente negativo, mentre sempre “a priori”più potere e più soldi alla burocrazia centrale deve essere considerato sempre e comunque un fatto implicitamente positivo? Vogliamo finalmente cominciare a discuterne in modo pragmatico senza PRE-giudizi nell’ uno o nell’ altro senso, e, partendo dal presupposto tanto imprescindibile quanto dimenticato che lo Stato e la sua organizzazione sono un mezzo e non un fine, valutare caso per caso in quali ambiti è più funzionale utilizzare il mezzo della gestione centralizzata e in quali quello della gestione decentrata (e non mi riferisco solo alle regioni ma anche ad ambiti territoriali più limitati)?

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