Più che della Cina dovremmo avere paura di noi stessi

Come di consueto giornali e telegiornali stanno seguendo il congresso del Partito comunista cinese, in corso in questi giorni a Pechino, con opposti sentimenti: da un lato sotto sotto ammirati, o quantomeno consolati, dalla granitica stabilità del regime, dall’altro un po’ preoccupati per il ruolo economico di primo piano che la Cina ormai detiene alla scala planetaria. Tenuto conto delle sue obiettive dimensioni, che la Cina abbia un tale ruolo è in realtà semplicemente naturale. Va piuttosto considerato come anomalo il fatto che, sotto la pressione dello straordinario sviluppo dell’Occidente,  per circa un secolo e mezzo esso sia venuto meno.

Le dimensioni demografiche della Cina, come d’altra parte quelle dell’India, sono un dato di fatto. Spaventarsene è una perdita di tempo. Si tratta piuttosto di vedere come temerne positivamente conto. A partire dalla fine del secolo XVIII tali dimensioni hanno cominciato invece a venire vissute in Occidente come un pericolo. E’ una storia che inizia con Napoleone e con la sua  frase “Quando la Cina si sveglierà la terra tremerà” e poi con il diffondersi nel secolo XIX del timore del “pericolo giallo”. E’ curioso, osserviamo per inciso, che non esista alcun simile luogo comune riguardo all’India, benché  come abbiamo visto le sue dimensioni demografiche siano analoghe.

Nel campo delle relazioni internazionali la storia dimostra che l’equilibrio è possibile, a patto però che tutti si assumano le loro rispettive responsabilità. E’ vero che la Cina si concepisce da sempre come il centro del mondo: nel discorso programmatico con cui ha aperto il congresso del Partito il presidente cinese Xi Jinping lo ha riaffermato, seppur con abile cautela. Poi però anche lui e anche la Cina dovranno fare i conti con la realtà delle cose. Come europei, come occidentali, come gente che detiene finora la massima parte del controllo di tutte le leve fondamentali dello sviluppo, più che mai non abbiamo nulla da temere se non noi stessi, se non la crisi di civiltà che stiamo attraversando. Se non dovessimo superarla crolleremo non per urto dall’esterno, ma per collasso interno.

In quanto alla Cina come europei dobbiamo piuttosto preoccuparci di non aver ancora nemmeno tentato di delineare una comune politica al riguardo. Frattanto la Germania sta sviluppando una sua politica verso la Cina da cui l’Ue viene lasciata fuori. E’ interessante osservare come invece si stiano muovendo gli Usa. Da una parte Trump si recherà il mese prossimo in Cina a incontrare Xi Jinping, fresco di riconferma da parte del congresso del Partito, e dall’altra il segretario di Stato Rex Tilleson sta per andare a Dehli con cui Washington intende rafforzare la cooperazione a fini di contenimento dell’influenza cinese in Estremo Oriente.  L’Unione Europea farebbe bene a fare lo stesso, se avesse la politica estera comune che non ha.

Nessuno più dell’India, che ha analoghe dimensioni demografiche e che sta nella medesima parte del mondo, può evitare con la propria presenza che la Cina prevarichi. E in più non va dimenticato che l’India è una democrazia mentre la Cina è il più grande e stabile regime autoritario del mondo. Anche per questo abbiamo con l’India una specifica prossimità che non è da trascurare.

 

 

Annunci

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
Questa voce è stata pubblicata in Diario e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...