Referendum in Lombardia e Veneto: la vera posta in gioco è la conquista dell’autonomia fiscale

Che i giornali romani Il Messaggero e Il Tempo si siano schierati con toni inviperiti contro il referendum  in Lombardia e in Veneto è un’ottima notizia. Al di là della loro “curvatura” leggermente diversa, rispettivamente di sinistra e di destra, i due quotidiani sono espressione degli interessi di un principale pilastro dell’economia di Roma, ovvero la burocrazia ministeriale parassitaria e il  suo indotto. Il fatto che Il Messaggero e Il Tempo si siano scagliati contro il referendum conferma dunque che con tale iniziativa i governi regionali lombardo e veneto hanno colpito nel segno.

E’ pure molto significativo che  lo schieramento pro e contro i due referendum attraversi al loro interno gli stessi partiti. Clamoroso al riguardo è il caso del Pd, partito di tradizione giacobina e quindi centralista per natura,  che a Roma si dice contrario ma poi in Lombardia e in Veneto si dice a favore.  Per ironia della sorte i vessilliferi dentro il PD delle due posizioni sono non soltanto entrambi lombardi, ma anche concittadini: da una parte il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, candidato in pectore del PD alla presidenza della Lombardia, e dall’altra il bergamasco ministro della Agricoltura Maurizio Martina, unico nato a nord del Po in un governo come l’attuale, composto quasi esclusivamente di romani, toscani ed emiliani.

Senza tornare su quanto già dicevamo (cfr. in questo stesso sito “Referendum consultivi regionali del prossimo 22 ottobre: perché il voto è importante non solo per il Lombardo-Veneto ma per tutto il Paese”, 13 ottobre 2017), e quindi ribadendo che oggi andremo a votare e a votare “sì”, ci sembra però urgente ridire ancora una volta che i referendum in questione valgono non tanto in sé quanto per il processo che possono avviare. Da un lato le nuove competenze, che Lombardia e Veneto possono ottenere nel quadro dell’art. 116 della Costituzione vigente, relativamente sono infatti poca cosa; e dall’ altro si sta parlando troppo del “residuo fiscale” ( = differenza tra  quanto il fisco dello Stato preleva in Lombardia e Veneto, e quanto restituisce in servizi alle due regioni) su cui peraltro le eventuali nuove competenze inciderebbero ben poco.

Nel caso della Lombardia il passivo di tale residuo varia, secondo come lo si calcola, da un massimo di 54 a un minimo di 30 miliardi di euro all’ anno; quindi è certamente enorme. Partire dalla questione del residuo fiscale è però come afferrare il proverbiale cane per la coda. La strada da percorrere è un’altra: si tratta piuttosto di creare le condizioni perché l’intero settore pubblico spenda meglio, e quindi il prelievo fiscale possa diminuire. Questo si può ottenere innanzitutto rendendo ogni livello di governo (comunale, regionale o statale) pienamente responsabile del prelievo fiscale con cui finanzia la propria spesa. Nel caso di Regioni efficienti come la Lombardia e il Veneto ciò consentirebbe, a parità di servizi, di “premiare” i cittadini con una diminuzione della pressione fiscale, e quindi di lasciare più risorse all’ economia produttiva.

Più che ai (modesti) fini dell’art. 116 la forte legittimazione popolare — che speriamo i governi regionali di Lombardia e Veneto ricaveranno dal voto referendario di oggi – sarà dunque utile per chiedere allo Stato quella cruciale riforma complessiva del fisco a norma dell’art.119 della Costituzione che sin qui la burocrazia romana è sempre riuscita a impedire. Continua infatti a restare finora lettera morta quanto ivi si statuisce, ovvero che:

I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea.

I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i princìpi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario.

Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio.

La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante.”

Che l’art.119 venga finalmente applicato: è questa la vera battaglia che Maroni e Zaia devono fare. In tale orizzonte la trattativa per le  “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” a norma dell’art. 116, pur se ovviamente utile, tuttavia non è strategica. Ha un semplice valore tattico.  Lasciarsene assorbire troppo sarebbe un grosso errore.

22 ottobre 2017

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Referendum in Lombardia e Veneto: la vera posta in gioco è la conquista dell’autonomia fiscale

  1. FrancescoTR ha detto:

    Concordo sulla necessità di un vero federalismo fiscale con riduzione del prelievo davvero troppo esoso per le regioni del nord. Di pari passo deve procedere l’introduzione dei costi standard, per un’efficienza reale della macchina pubblica, mettendo un freno alla spesa onnipotente italiana.
    Ronza le suggerisco però che ci sono alcuni campi il cui delegare alle regioni ha prodotto disastri
    (si faccia un giro sulla e45 e attraversi tre o quattro regioni).

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