Boschi in fiamme  in Val di Susa e in Lombardia: il vero piromane sono l’incuria e l’abbandono, frutto perverso dell’ideologia “verde”

Con gli incendi di boschi, che in questi giorni interessano vaste aree di alcune valli piemontesi ( ma anche in Lombardia il  monte Campo dei Fiori presso Varese, e in provincia di Sondrio le valli Fabiolo e Tartano) torna ancora una volta sulla scena  il mito del Grande Piromane: il furtivo capro espiatorio, che poi non si trova mai o quasi,  utilissimo per eludere le vere ragioni dell’attuale vulnerabilità al fuoco delle aree boscate del nostro Paese.  Bisogna dare merito al presidente del Piemonte,  Sergio Chiamparino, di non aver alimentato questo comodo luogo comune. Se così si può dire date le circostanze, nelle sue dichiarazioni alla stampa Chiamparino ha gettato acqua sul fuoco sottolineando sia che “ci sono zone in cui dalla gente non ho sentito alcun cenno a piromani” e sia che ci sono state “denunce di inneschi dolosi che non è sembrato fossero tali”. E ha invitato a non anticipare le conclusioni delle indagini, ma a lasciar “fare il loro lavoro alle autorità inquirenti”.

Diciamo ancora una volta che il vero grande piromane è  l’attuale mancanza nel nostro Paese —  in pratica con l’unica eccezione del Trentino-Alto Adige/SüdTirol — di un’adeguata politica forestale e quindi di una  conseguente ordinaria amministrazione in materia. Nel momento in cui, come  in questo autunno particolarmente asciutto, sulle Alpi e sulle Prealpi le superfici boscate sono ricoperte di uno strato di foglie asciutte come fogli di carta,  il pericolo di incendio è obiettivo. Il dolo non è da escludere, ma non è il nocciolo del problema: l’innesco può essere involontario. Fermo restando che gli  eventuali piromani vanno perseguiti, è soprattutto importante che il bosco venga regolarmente custodito e coltivato.

L’Italia non è l’Amazzonia. Da noi, come d’altra parte in tutta l’Europa, non solo gli abitati e le campagne ma anche le aree silvestri sono frutto della cura e del lavoro dell’uomo.  Al d sotto dei tremila metri di quota non c’è nulla di primigenio;  anche le foreste e le forre all’apparenza più intatte sono tali perché così l’uomo le vuole. Ciò tanto più vale in  un Paese come il nostro, densamente  abitato (e nell’insieme con ottimi risultati) da  ben oltre duemila anni.   In questa situazione  l’ideologia del rinselvatichimento, in inglese rewildering,  cara all’estremismo “verde”, è nefasta.  Fortemente patrocinata, come altre pessime cause, dai tecnocrati dell’Unione Europea,  tale ideologia, molto diffusa anche se spesso in modo inconsapevole,  è un motore principale  della mancata cura delle aree boscate, dell’irresponsabile abbandono dei pascoli di alta quota, del dilagare di cespugli e di boscaglia sulle massicciate e nelle aree limitrofe delle strade e anche di alcune autostrade: tutte situazioni che nel loro insieme sono la vera causa degli incendi. Rafforzata da quell’estremismo “verde” di cui si diceva, la memoria del forte disboscamento, che caratterizzò in Italia i decenni tra la fine del  XIX e l’inizio del XX secolo, alimenta ancora luoghi comuni oggi non più giustificati. In Italia il bosco non sta scomparendo, ma anzi sta dilaga in modo incolto  e squilibrato.  Si trasforma così in un grande problema quello che dovrebbe  essere una grande risorsa. Un gran numero di villaggi e borghi montani andrebbero liberati dall’assedio soffocante delle boscaglie che hanno invaso i maggesi, ed è urgente tornare a prendersi sistematicamente cura  delle foreste, dei boschi, ossia tornare a coltivarli. Ovviamente a suo modo, la foresta in Europa va infatti coltivata come si coltivano i campi. L’albero infatti, anche se dura molto di più, è in sostanza come una spiga di grano o uno stelo d’erba.

30 ottobre 2017

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Boschi in fiamme  in Val di Susa e in Lombardia: il vero piromane sono l’incuria e l’abbandono, frutto perverso dell’ideologia “verde”

  1. FrancescoTR ha detto:

    Un esempio di materia da devolvere alle regioni e con garanzia di risorse. Esistono però materie troppo delegate che hanno prodotto spezzatini dannosi (strade tipo e45) o controllati che nominano controllori (arpa). Uno stato federale prevede anche competenze esclusive centrali.

  2. Aldo Grande ha detto:

    Concordo perfettamente! Ormai l’ideologia da Lei definita del rinselvatichimento e la scarsa attenzione ai problemi delle Comunità rurali che un tempo mantenevano i nostri bellissimi territori montani permea anche i programmi ed i libri di testo utilizzati per esempio negli Istituti Tecnici per Periti Agrari e Agrotecnici; le materie diventano “gestione (non realistica) del territorio” e non più zootecnia, alpicoltura, forestazione. Quindi anche dal punto di vista culturale vanno perdute le buone pratiche “colturali” a favore di tesi sperimentali (ma mai sperimentate su vasta scala) imperniate sull’agricoltura del non fare (Masanobu Fukuoka) per esempio. Agli studenti non viene detto che al “non fare” corrisponde il “non mangiare” o il “bruciare” dei nostri monti o il farsi portar via dall’erosione lo strato fertile di terreno o ancora estendere le aree coltivate a scapito dei boschi per compensare le minori rese produttive derivanti dalle pratiche agronomiche. Pratiche che vorrebbero essere sostenibili ma che in realtà diventerebbero insostenibili se solo venissero applicate massivamente. Per quanto tempo possono resistere gli agricoltori a questo assedio del mondo inurbato se anche le istituzioni scolastiche misconoscono il valore del loro lavoro?

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