Donald Trump in Asia, le elezioni in Sicilia e le urgenze del mondo in cui viviamo

Con una sosta alle isole Hawaii — durante la quale ieri ha reso omaggio alla memoria delle vittime dell’attacco giapponese del 1941 su Pearl Harbour – Donald Trump ha iniziato un viaggio ufficiale di dodici giorni nell’ Estremo Oriente.  La prima tappa sarà in Giappone, dove oggi, 5 novembre, incontra il primo ministro nipponico Shinzo Abe. Seguiranno nell’ ordine visite e incontri al vertice in Corea del Sud  il giorno 7, in Cina  il giorno 8, in Vietnam il 10 e l’11, e nelle Filippine il 12 e il 14. Per trovare un precedente a questa maratona diplomatica occorre tornare indietro di oltre 25 anni, all’ analogo viaggio compiuto tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992 dall’ allora presidente Usa George Bush senior.

E’ un viaggio cruciale, che merita di venire seguito molto attentamente anche se ciò da noi non sarà  facile. Per farlo non dovremo soltanto scavalcare l’attenzione malevola con cui la stampa americana a priori ostile a Trump (ovvero tutta o quasi) segue la vicenda, trovando fedelissima eco nei corrispondenti italiani dagli Stati Uniti. Dovremo pure, nel nostro caso italiano, allungare lo sguardo e aguzzare le orecchie al di là del vano fracasso che di certo farà comunque seguito all’ esito delle elezioni siciliane. Il ceto politico italiano non resiste mai alla tentazione di trasformare appuntamenti politici locali o regionali in presunti “laboratori” per nuove giravolte in sede nazionale. In realtà non solo ciò è sempre sostanzialmente infondato, ma più che mai lo è nel caso della Sicilia, dove entrano in gioco forze e si creano intrecci che hanno ben poco riscontro nel resto del Paese; e dove i voti di vastissime clientele più o meno opache si spostano in blocco da un appuntamento elettorale all’ altro secondo logiche locali che difficilmente si possono ripetere altrove. Augurando dunque alla Sicilia tutto il bene possibile è tuttavia meglio lasciare ai siciliani l’esito delle loro elezioni regionali, senza perdere troppo tempo a usarle come magica boccia di vetro in cui scrutare il futuro politico dell’Italia intera.

Oltre a incontrare capi di stato e di governo dei Paesi visitati il presidente americano interverrà a tre conferenze internazionali ad alto livello: a Da Nang, in Vietnam, a un vertice sulla Cooperazione economica Asia-Pacifico;  nelle Filippine il 13 novembre al vertice dell’Asean, l’Associazione dei Paesi del Sudest asiatico, e il giorno dopo a un vertice per l’Asia Orientale (East Asia Summit) cui partecipano pure la Russia e l’India. I nuovi equilibri che si stanno delineando nell’ Estremo Oriente — con il conseguente maggiore o minore impegno della Cina a puntare alla crescita del suo interscambio diretto con l’Europa tramite una nuova “Via della Seta” orientata verso la Germania e tracciata in modo da tagliare fuori l’India da una parte e il Mediterraneo dall’altra — sono destinati a pesare sulle sorti dell’Italia, assai più dell’esito delle elezioni siciliane. E’ per questo molto concreto e molto rilevante interesse che conviene studiare attentamente che cosa accadrà, che cosa si dirà e che cosa si arriverà a concludere nel corso della fitta serie di appuntamenti che caratterizzerà il viaggio di Trump in Estremo Oriente.

Senza dubbio se si confronta la posta in gioco con il provincialismo dell’attuale politica italiana vengono i brividi.  Ciò tuttavia non toglie nulla all’ urgenza di richiamarsi e di richiamare ai ben più ampi orizzonti che sono imposti dal mondo globalizzato in cui viviamo.

 

 

5 novembre 2017

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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