Cristiani, cultura, politica e media: una presenza sommersa

 Oggi, non una volta, non tanto tempo fa,  quasi un italiano su due, per l’esattezza il  49 per cento, si definisce cattolico; e il 33 per cento dice di assistere alla messa almeno una volta alla settimana. Chi lo afferma non è un vecchio parroco un po’ illuso.  Nel suo Demoscoppiati?, un libro edito da Jaca Book,  lo scrive un autorevole esperto di sondaggi demoscopici come Renato Mannheimer, che per vari motivi non può certo venire sospettato di essere particolarmente vicino alla Chiesa e al cosiddetto “mondo cattolico”.

C’è dunque un gigantesco squilibrio fra l’assetto della società italiana e l’ordine costituito della cultura, della comunicazione di massa e della politica. Anche in mancanza di ricerche specifiche si può essere certi di non sbagliarsi stimando che in tale ordine costituito la presenza cattolica (quindi nel contesto italiano la presenza cristiana tout court) sia estremamente esigua in termini sia di personalità rappresentative che di idee e di proposte. Almeno se con le prime s’intende gente per cui la fede cristiana non è un handicap con cui convivere ma  una grande risorsa; e se con le seconde s’intendono degli apporti originali validi erga omnes, e non dei “supplementi d’anima” appiccicati a idee e a proposte di altra origine, incompatibili o indifferenti a tali aggiunte.

Usando per analogia termini e modelli presi dalla scienza economica, possiamo dire che siamo di fronte a un mercato distorto in cui a una forte domanda non corrisponde alcuna proporzionata offerta. E’ una distorsione sulle cui origini non ci possiamo qui soffermare, ma che meriterebbe di venire studiata con attenzione. Già sin d’ora si può tuttavia concludere che sia riconducibile a gruppi di potere con interessi più forti di quello che, per continuare nell’ analogia, si potrebbe definire il normale funzionamento del mercato.

Con la sua orgogliosa chiusura al mistero e la sua sostanziale incapacità di cogliere il diverso da sé, la Ragione di obbedienza illuministica,  che l’Occidente aveva visto come il grande strumento grazie a cui unire il mondo e guidarlo verso un futuro luminoso, si sta trasformando in un catastrofico boomerang. Anche se come maglio distruttore di un vecchio ordine ormai incartapecorito l’Età dei Lumi ha avuto i suoi obiettivi meriti, sta di fatto che nel nostro tempo di tale scossa si vedono innanzitutto le macerie.  La perentoria prospettiva “laica”, o più esattamente atea che essa implica non solo sta bloccando l’area euro-atlantica in cui si è imposta, ma anche scandalizza il resto del mondo e gli fa perdere quel rispetto per l’Occidente che paradossalmente non era venuta meno neanche al tempo delle dominazioni coloniali.

Benché fastidiosa per gli interessati,  l’emarginazione della gente di fede ai vertici dell’ordine costituito culturale, mediatico e politico potrebbe tuttavia non essere in sé e per sé di peso al resto del mondo. Non è invece così per un preciso motivo. Nella fase di tramonto dell’epoca moderna in cui viviamo, e mentre non si riesce ad uscire da una crisi che prima di essere economica è antropologica,  vale la pena di allungare lo sguardo al là dei confini dell’ordine costituito di cui si diceva. Imboccata questa strada, la prima e più imponente realtà in cui ci si imbatte è appunto la visione del mondo cristiana.  Andare a vedere che cosa  può venire fuori di buono  da questa visione del mondo oggi può  diventare interessante per tutti.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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