Massacro della moschea di Bir El-Abed: prigioniero della sua crisi, l’Islam sfoga la propria rabbia innanzitutto contro di sé  

Anche se siamo comprensibilmente più sensibili al pericolo che il terrorismo islamista costituisce per l’Occidente, nonché per i cristiani e le altre comunità non islamiche che vivono nei Paesi musulmani, sta di fatto che  il grosso delle sue aggressioni e delle sue vittime sono islamiche. L’attacco di ieri in Egitto a una moschea di Bir El-Abed, città non lontana da El-Arish,  nel nord del Sinai, è venuto tragicamente  a ricordarcelo.

Sia per numero di vittime, oltre 300, che per ferocia, con l’uso combinato di ordigni esplosivi e di armi automatiche, l’attacco di Bir El-Abed supera di gran lunga i più gravi attentati analoghi avvenuti in Europa: dalla strage dell’11 marzo 2014 a Madrid alla stazione di Atocha al raid terroristico attraverso Parigi che il 13 novembre 2015 culminò con il massacro del Bataclan. E d’altra parte sia per numero che per quantità di vittime  il terrorismo islamista ha sin qui soprattutto colpito nei Paesi musulmani e in ambiente musulmano. Nel solo Iraq il numero delle vittime musulmane di atti di terrorismo islamista supera di varie volte quello degli attentati e delle vittime di attentati di tale matrice  nell’intero Occidente.

Questo non toglie nulla alla gravità del problema per quanto ci riguarda, ma è di molto aiuto a comprenderne meglio i termini; e quindi a meglio affrontarlo. Squassato dalla sua incapacità di rispondere alle sfide del mondo moderno l’Islam sta esplodendo. Chiusosi in una gabbia che si è fatto da solo, non riuscendo ad uscirne l’Islam sfoga la propria rabbia impotente innanzitutto contro di sé. E fatalmente la tensione riapre l’antica frattura tra sunniti e sciiti intrecciandosi con la storica tensione tra la Persia, oggi impersonata dall’Iran e il Levante, oggi impersonato dall’Arabia Saudita.

Non solo per vincere una guerra ma anche per  stabilire la pace occorre una strategia. In questo quadro, ferma restando tutta l’urgenza di efficaci difese immediate, nessun muro basta garantire una vera soluzione del problema. A lungo termine non se ne viene fuori se non aiutando culturalmente l’Islam a uscire dalla sua crisi, e aiutando diplomaticamene Persia e Levante a non precipitare in uno scontro che sarebbe catastrofico per entrambi, e di riflesso anche per il Mediterraneo, quindi per l’Europa.

Frattanto – diciamo tornando al tema della difesa immediata —  quanto sta accadendo nel Sinai dimostra ancora una volta l’errore di far finire le guerre concordando senza ammetterlo la fuga e la dispersione incondizionata delle milizie irregolari sconfitte. E’ una storia iniziata in Afghanistan, quando la coalizione a guida americana entrò senza colpo ferire in una Kabul da cui i mujaheddin  avevano potuto ritirarsi indisturbati, e che si è ripetuta adesso con l’esodo concordato dell’Isis e alleati prima dalla parte di Aleppo che controllavano e poi da Raqqa. Come dimostra il caso dell’Afghanistan, e come sta cominciando a dimostrare quello del Sinai, queste milizie dapprima “evaporano”, ma poi ricompaiono in armi da qualche altra parte. Con le conseguenze che si vedono.

 

25 novembre 2017

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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