Il nostro è un tempo in cui la libertà è in pericolo: sarebbe meglio cominciare a rendersene conto

Se al di là delle effimere urgenze della cronaca si guarda al nostro presente nel suo insieme, non si può non concludere che oggi forze meno visibili, ma forse ancor più potenti delle ideologie autoritarie del secolo XX, premono a favore di un restringimento della libertà nelle sue più diverse forme. Della libertà politica come di quella civile, della libertà di coscienza e di opinione come della libertà di fede.

Il buon ricordo del passato recente dell’ Europa occidentale –  caratterizzato dalla fresca memoria della vittoria della democrazia sulle dittature della prima metà del secolo XX e poi dal superamento di stili di vita spesso oppressivi – non ci deve far dimenticare che le generazioni precedenti ebbero purtroppo la ventura di percorrere un cammino inverso.

Ci sono epoche in cui la libertà cresce e si diffonde, ma ce ne sono altre in cui invece viene stretta d’assedio  da forze oscure: la nostra è una di queste. Quella della libertà non è peraltro una marcia sempre trionfale. Spesso è anzi un cammino impegnativo e difficile.

I segnali di tale crisi sono molti: qui di seguito ne ricordiamo alcuni. Dopo la vittoria del “no” nel referendum popolare sulla permanenza o meno della Gran Bretagna nell’Unione Europea, e dopo la vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane del 2016 — eventi entrambi sgraditi all’ordine costituito di quello che un tempo veniva chiamato il “mondo atlantico” — su autorevoli grandi giornali parecchi editorialisti molto ascoltati hanno cominciato a domandarsi se il principio «un uomo/un voto» non debba venire ripensato. Il fondamento della moderna democrazia, da sempre considerato intoccabile, viene insomma tranquillamente rimesso in discussione.

Facendo un uso improprio della parola “fobia”, termine di origine greca che significa “odio”, da parte di molti e influenti gruppi di pressione culturale si tenta ora di accreditare l’idea che dissentire da qualcuno equivalga ad odiarlo: un criterio che, se accettato, sarebbe esiziale per la libertà di opinione, di pensiero e di critica.

Se sono contrario alla normalizzazione giuridica e sociale dell’omosessualità ipso facto odio gli omosessuali: sono omofobo. Se sono critico verso alcuni aspetti dell’Islam (come ad esempio l’assenza del principio di laicità e passaggi del Corano facilmente interpretabili come inviti allo sterminio dei non musulmani) ipso facto odio i musulmani: sono islamofobo. Non importa che affermi e dimostri di non odiare né gli omosessuali, né i musulmani. Secondo i sostenitori di queste teorie li odio, per così dire, oggettivamente. Costituisco perciò un pericolo per la pace sociale: sono insomma un.. nemico del popolo che il potere (sia esso politico o mediatico) deve mettere al più presto nell’ impossibilità di nuocere.

Anche l’obiezione di coscienza, a suo tempo conquistata a caro prezzo con riguardo al servizio militare e poi estesa al caso del procurato aborto, viene ora rimessa in discussione. Di fronte al ricorso ad essa di larga parte del personale sanitario, invece di lasciarsi interrogare da tale stato di cose, c’è chi comincia a parlare della necessità di rivedere questo istituto.

In nome di ciò che viene definito il “politicamente corretto”, istituzioni pubbliche, grandi aziende e altri soggetti influenti si adeguano a presunte norme di comportamento (peraltro non legittime) orientate all’esclusione dallo spazio pubblico di culture non gradite.  E’ il caso di scuole in cui si nega il permesso di allestire presepi natalizi; è il caso di immagini fotografiche e di marchi da cui si cancellano croci. E’ il caso di giornali e telegiornali che danno notizie in modo reticente e condizionato (ad esempio parlando di terrorismo senza indicarne la matrice)  e così via.

Si accreditano come verità scientifiche assolute e incontestabili tesi che sono in effetti al centro di dibattiti nient’affatto conclusi, come ad esempio quella dell’origine antropica dei mutamenti climatici, censurando tutto ciò che le contraddice.

Non solo i grandi poteri e la cultura dominante spingono in tal senso. Nella misura in cui si è globalizzato anche il sistema mediatico muove nella medesima direzione. Più infatti la mentalità di massa diviene uniforme e più è facile confezionare prodotti sia informativi che di intrattenimento vendibili ovunque. I programmi diffusi da una rete come ad esempio Sky Tv, filiale italiana della multinazionale americana News Corporation, ne sono una tipica dimostrazione. Il ruolo della stampa e degli altri mass media si è insomma ribaltato rispetto a quello che aveva alle origini. Il grosso del loro messaggio non solo non ha più alcun contenuto critico, ma anzi consiste in via principale in una continua ripetizione di luoghi comuni. Come difendersi da tutto questo? Come tutte le altre volte che nella storia si è posto il medesimo problema, ossia innanzitutto educandoci ed educando all’ascolto della domanda di libertà che sempre riemerge dentro ciascuno di noi.

4 dicembre 2017

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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