Maria Elena Boschi, Matteo Salvini e l’imminente battaglia dei topi e delle rane

 La vita pubblica italiana è afflitta dalla presenza di due trenta-quarantenni dalle qualità ahimè modeste rispetto alle loro smisurate ambizioni: si tratta di Maria Elena Boschi e di Matteo Salvini. Al  di là di ogni altra differenza, e senza pregiudizio per il fatto che la vista della prima è ben più gradevole di quella del secondo, hanno una cosa in comune: entrambi non sono di aiuto, ma anzi di intralcio, alla soluzione dei grandi problemi del nostro Paese.

Sinceramente non mi appassiono molto alla questione, in questi giorni sulle prime pagine di tutti i giornali, dei veri o presunti maneggi di Maria Elena Boschi a sostegno della Banca dell’Etruria, il traballante istituto di credito aretino ai cui vertici c’era fra gli altri suo padre. Anche se non avesse mai aperto bocca al riguardo, già la sua presenza nel governo pesava obiettivamente sulle decisioni dei grandi gruppi bancari sollecitati a salvare la Banca dell’Etruria. Più delle eventuali pressioni esplicite di Maria Elena Boschi conta la fermezza che ci si dovrebbe attendere dai pagatissimi e garantitissimi capi delle grandi banche. Il giudizio politico, non positivo, su di lei riguarda e deve riguardare ciò che ha fatto come ministro e come sottosegretario molto più di ciò che a suo padre è stato concesso all’ombra della presenza nel governo di tanta figlia. In quanto a Matteo Salvini che dire? La scritta “Salvini premier” ora aggiunta alla base del simbolo della Lega mette i brividi. La spregiudicata metamorfosi della Lega da partito autonomista a partito nazionalista attende la risposta (ragionata, ci auguriamo) degli elettori leghisti.

Ciò che piuttosto dovrebbe colpire è la distanza tra le urgenze del Paese e quelle del ceto politico. L’economia riprende, nella misura in cui riprende, ovvero assai meno che nel resto dell’eurozona, non grazie bensì malgrado la politica economica del governo. Il debito pubblico aumenta sottraendo sempre più risorse agli investimenti strategici. La mancata riforma generale dell’amministrazione dello Stato pesa come un macigno nel mondo globalizzato in cui viviamo, dove le attività più innovative e produttive si concentrano liberamente dove c’è meno burocrazia, meno pressione fiscale e più efficienza delle istituzioni. La politica estera è casuale e sostanzialmente contraria agli interessi e al ruolo storico dell’Italia nel Mediterraneo e in Europa. E nel frattempo il ceto politico, insieme a quella massima parte della stampa che ne è non la coscienza critica bensì il megafono, non ha altro per la testa se non quella battaglia dei topi e delle rane che saranno le elezioni politiche della prossima primavera.

In tale sconfortante contesto la cosa più saggia da fare è quella di porre con chiarezza delle richieste al ceto politico nel suo insieme, vedere chi e come risponderà a tali richieste e regolarsi di conseguenza. Almeno per il momento, ma di certo anche nel futuro prevedibile, nessuna precisa scelta elettorale è ragionevole. Nel caos delle sigle e delle lotte interne, che caratterizza tutti i vari schieramenti, scegliere a priori non ha più senso. Da quando voto mai avevo pensato di non andare a votare. Adesso ho anche questo pensiero molesto, da cui con il trascorrere dei mesi conto di liberarmi. Di certo però non sarà un’impresa facile.

22 dicembre 2017

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Maria Elena Boschi, Matteo Salvini e l’imminente battaglia dei topi e delle rane

  1. Domenico Piacenza ha detto:

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