Trump: in mancanza di meglio adesso cercano di farlo passare per matto

Non accettandolo, anche se è stato democraticamente eletto e se continua ad avere tutto il consenso che gli consentirebbe di venire eletto un’altra volta, sognano di provocarne la caduta facendolo passare per matto. Ciò cui siamo di fronte non è una crisi di Trump. E’ una crisi della democrazia.

Che piaccia o no, Trump è alla Casa Bianca per volontà degli elettori, e non per un colpo di Stato. Secondo i principi della democrazia, di cui gli Usa si vantano di essere oggi il principale santuario, chi ha perso è chiamato a fare opposizione, e non a tramare contro chi è stato eletto.  Sappiamo che questo ideale viene talvolta contraddetto, ma mai prima era accaduto che ciò avvenisse in modo così plateale e sistematico. Da quando Trump è presidente l’intero establishment democratico, non senza qualche aiuto anche dalle file dei repubblicani, è alla ricerca di qualche buon motivo per farlo cadere vanificando così la volontà degli elettori. Sin qui si è trattato però di polveroni così privi di adeguato fondamento che persino l’enorme macchina mediatica della grande stampa americana, pur tutta schierata pancia a terra contro il nuovo Presidente, è riuscita a trasformarli in qualcosa di concreto. L’ultimo arrivato, il libello di Michael Wolff dal titolo Fire and Fury (più o meno l’equivalente del nostro “Fuoco e fiamme”), è una raccolta di diffamazioni e di maldicenze che fa cascare le braccia. Nessuno riuscirebbe non diciamo a governare gli Stati Uniti, ma nemmeno a organizzare una castagnata se fosse in una situazione del genere.

Siccome il cosiddetto “Russiagate” si sta irresistibilmente sgonfiando, e con esso la speranza di poter deporre Trump per alto tradimento, la nuova carta che si sta tentando di giocare è quella di una sua incipiente follia, con la speranza di riuscire a cacciarlo adducendo tale motivo. Con il Russiagate si era preteso di far passare per tradimento colloqui e contatti internazionali che sono normali e ovvi nella vita politica tanto più in un Paese imperiale come gli Stati Uniti. Anche le eventuali pressioni dall’estero a favore di questo o di quel candidato sono da mettere normalmente in conto; e in ciò Washington non è mai stata seconda a nessuno (per citare a un caso vicino a noi, si pensi al sostegno dato da Obama a Renzi ai tempi del suo referendum). Resta poi da vedere da una parte quanto tali pressioni sono efficaci, e dall’altra come hanno luogo, se cioè lealmente o in modo fraudolento.

Nel tentativo adesso di accreditare la presunta follia di Trump si usa di tutto, anche la trasformazione di sue battute in solenni affermazioni. Se però al di là del suo stile in po’ guascone si sta ai fatti diventa chiaro che la sua politica  non è certo casuale, né tanto meno inefficace. La sua riforma fiscale sta raccogliendo all’interno grandi consensi in un vasto  schieramento di forze che va dalla Borsa agli operai dell’industria manifatturiera. E la sua politica estera ha smosso a vantaggio degli Usa la situazione sui più diversi scacchieri, dal Medio Oriente al Sudest asiatico. Certamente  ciò che egli fa a vantaggio degli Stati Uniti è talvolta a spese dell’Europa. Di questo però come europei più che Trump dovremmo accusare noi stessi e i nostri governi. Quando si è un gigante economico, come l’Unione Europea senza dubbio è, non si può restare a lungo impunemente un nano politico.

7 gennaio 2018

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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