Festival della cultura della libertà: che cosa avrei voluto dire a Piacenza

Ha luogo oggi e domani a Piacenza un interessante “Festival della cultura della libertà” cui  ero stato invitato a intervenire. Avrei dovuto prendere la parola  sul tema “Fondamentalismo e secolarizzazione. Politica e religione nel nostro tempo”, ma una fastidiosa influenza mi costringe a restare a casa. Ho pensato quindi di pubblicare qui gli appunti che avevo preparato per la circostanza. Li pubblico  per documentazione anche se  non so dire quali tra essi avrei più sviluppato nel concreto del dialogo con gli altri relatori. 

Fondamentalismo e secolarizzazione. Politica e religione nel nostro tempo

Robi Ronza, alcuni appunti

1.

“Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Mt. 22,21): il principio di laicità è entrato nella storia grazie a Gesù Cristo. E dove è stato accolto ha radicalmente liberato non solo la sfera del potere, ma anche quelle della ricerca filosofica, tecnica e scientifica.

Seppur con un lungo travaglio plurisecolare e non senza molte ricadute all’indietro, è stato poi accolto e largamente attuato  soltanto in parti del mondo che sono di tradizione cristiana. Altrove ha sempre trovato spazio con fatica, diciamo così per osmosi, solo in parte e molto instabilmente.

Alla civiltà occidentale — che pur con tutte le sue ombre è l’architrave della civiltà umana in quanto tale —  il cristianesimo ha dato, oltre a quello del principio di laicità, altri contributi fondamentali.

Se Dio si è incarnato allora la materia è in sostanza buona; se il mondo è opera di un Creatore buono, onnipresente e provvidente allora è  tutto abitabile e percorribile. I grandi risultati della tecnica e della scienza occidentali, base della modernità, e l’epopea dei viaggi di esplorazione transoceanici, base dell’attuale integrazione e interconnessione dell’intero globo, senza tali convinzioni sarebbero stati ben più lenti e ben più timidi.

Alla base dell’affermazione del valore della persona umana e quindi della sua libertà sta il convincimento che l’uomo sia  tale in quanto creatura di Dio, e non in quanto semplice frutto di un processo evolutivo anonimo e autogeno.

La fraternità e l’uguaglianza sono ragionevoli e sostenibili soltanto nella misura in cui si riconosce di avere un Padre comune.

Per questi ed altri motivi, nel quadro dello scontro tra il fondamentalismo (che in effetti è una forma paradossale di secolarizzazione) e la secolarizzazione, l’esperienza religiosa in genere, e quella cristiana in particolare, si pone non come un problema bensì come una risorsa molto interessante.

2.

Con la sua orgogliosa chiusura al mistero e la sua sostanziale incapacità di cogliere il diverso da sé, il razionalismo, che l’Occidente aveva visto come il grande strumento grazie a cui unire il mondo e guidarlo verso un futuro luminoso, si sta trasformando in un catastrofico boomerang. Anche se come maglio distruttore di un vecchio ordine ormai incartapecorito l’Età dei Lumi, quindi il razionalismo, hanno avuto i loro obiettivi meriti, sta di fatto che nel nostro tempo di tale scossa si vedono innanzitutto le macerie. Tra queste in primo luogo la crisi demografica, ormai divenuta internazionale, che da un lato è il primo motore della crisi economica ma dall’altro ha radici che vanno ben oltre l’economia. Quindi non è né affrontabile né risolvibile con semplici strumenti di politica economica.

La perentoria prospettiva “laica”, o più esattamente atea che il razionalismo implica non solo sta bloccando l’area euro-atlantica in cui si è imposto, ma anche scandalizza il resto del mondo e gli fa perdere quel rispetto per l’Occidente che paradossalmente non era venuto meno neanche al tempo delle dominazioni coloniali.

 

3.

Siamo in una crisi (che peraltro è  il capitolo italiano di una crisi planetaria)  la quale prima di essere economica è infatti antropologica. Alla ricerca di una via per venirne fuori vale forse la pena di allungare lo sguardo al là dei limiti dell’attuale ordine costituito della politica e della cultura ufficiale del nostro Paese.

Imboccata questa strada, la prima e più imponente realtà in cui ci si imbatte in Italia è la visione del mondo cristiana. C’è infatti un enorme squilibrio fra l’assetto reale della società italiana e l’odierno ordine costituito della cultura, della comunicazione di massa e della politica. Oggi, non una volta, non tanto tempo fa,  quasi un italiano su due, per l’esattezza il  49 per cento, si definisce cattolico praticante; e il 33 per cento dice di assistere alla messa almeno una volta alla settimana. Ad affermarlo, sulla base delle sue ricerche, non è un vecchio parroco male informato ma un autorevole esperto di sondaggi demoscopici come Renato Mannheimer(*), che per vari motivi non può certo venire sospettato di essere particolarmente vicino alla Chiesa e al cosiddetto “mondo cattolico”.

(*) Renato Mannheimer, Demoscoppiati?, Jaca Book, 2016.

 

4.

Approfondendo la ricerca  si andrebbe di certo a raggiungere una realtà quanto mai variegata e quanto mai ricca di contraddizioni, ma resta il dato di fondo.

Che cosa con riguardo alla vita pubblica può saltar fuori di buono per tutti dalla visione del mondo cristiana? Vale certamente la pena di domandarselo. In tale prospettiva un itinerario di ricerca molto promettente è stato aperto in tempi recenti da Angelo Scola, e in particolare dai suoi Un mondo misto / Il meticciato tra realtà e speranza, Jaca Book, Milano, 2016, e Postcristianesimo / Il malessere e le speranze dell’Occidente, Marsilio, Padova, 2017.

Si tratta in sostanza di prendere “laicamente” le mosse da un originale ma trascurato patrimonio di esperienze e di idee alternative alla storia ufficiale e alla cultura dominante che come un fiume carsico ha fatto il suo cammino sotto la superficie dell’età moderna.  Elaborato durante tutto il secolo XX da grandi uomini di pensiero (da John Newman a Romano Guardini, da Reinhold Niebuhr a Henri de Lubac e ad Hans Urs von Balthasar)  di cui la storia ufficiale del pensiero non parla, esso ha poi molto spesso trovato eco nei documenti noti come “dottrina sociale della Chiesa”. Il nome, di sapore un po’ ottocentesco, con cui questo corpus di documenti è noto  non rende ragione della sua ampiezza di orizzonti e  della sua attualità.

 

5.

La dottrina sociale della Chiesa non è un modesto testo divulgativo per uso interno, come molti pensano con quella presunzione che solo l’ignoranza rende possibile. E’ un pensiero che merita l’attenzione di qualsiasi persona di buon senso e di buona volontà. Ad esempio, come è stato giustamente osservato, l’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI (2009) è un vero e proprio progetto strategico di affronto dei problemi causati dalla globalizzazione. Considerazioni analoghe valgono ad ogni modo per tutti gli altri documenti di cui tale corpus si compone, ove sempre si ritrova l’ampio respiro di un organismo unico per la sua presenza in ogni parte del mondo e per la sua bimillenaria e vastissima esperienza di vita e di pensiero.

6.

C’è, dicevamo, un gigantesco squilibrio fra l’assetto della società italiana e l’ordine costituito della cultura, della politica e della comunicazione di massa. Anche in mancanza di ricerche specifiche si può essere certi di non sbagliarsi stimando che in tale ordine costituito la presenza cattolica (quindi nel contesto italiano la presenza cristiana tout court) sia estremamente esigua in termini sia di personalità rappresentative che di idee e di proposte. Almeno se con la prime s’intende gente che vive la fede cristiana non come un handicap ma come una grande risorsa; e se con le seconde s’intendono degli apporti originali validi erga omnes, e non dei “supplementi d’anima” a idee e proposte di altra origine, incompatibili o indifferenti a tali aggiunte.

Usando per analogia termini e modelli presi dalla scienza economica, possiamo dire che siamo di fronte a un mercato distorto in cui a una forte domanda non corrisponde alcuna proporzionata offerta. E’ una distorsione sulle cui origini non ci possiamo qui soffermare, ma che meriterebbe di venire studiata con attenzione. Già sin d’ora si può tuttavia concludere che sia riconducibile a gruppi di potere con interessi più forti di quello che, per continuare nell’analogia, si potrebbe definire il normale funzionamento del mercato.

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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