Elezioni. Scegliere il meglio del peggio: una prospettiva un po’ da raccolta differenziata, magari desolante ma inevitabile

Che dall’ appuntamento elettorale del 4 marzo prossimo non possa venire fuori alcuna definitiva risposta ai problemi urgenti del nostro Paese è scontato. Da destra a sinistra  tutti quelli che quel giorno andranno votare  sperano  solo di scegliere il meglio del peggio. Gli altri, che a votare non ci andranno, ritengono infondata anche questa mesta speranza.

A mio avviso è poi comunque il caso di andare a votare: se infatti l’astensione dovesse dilagare ulteriormente è la democrazia in quanto tale che ne uscirebbe delegittimata, e solo a vantaggio di centri di potere non democratico. Ciò fermo restando la situazione è quella che è. Ci troviamo d’altra parte in una crisi che prima di essere politica è antropologica. Non la si può pertanto risolvere innanzitutto politicamente; né tanto meno innanzitutto economicamente. Si veda ad esempio la cruciale questione del declino demografico: è il primo motore della crisi economica ma ha radici che vanno ben oltre l’economia. Quindi non è né affrontabile né risolvibile con semplici strumenti di politica economica. E per di più è solo il caso italiano di un fenomeno ormai quasi planetario, che pertanto è arduo affrontare a partire da un singolo Paese.

Il vuoto di legittimazione dei partiti, ormai sempre più avvitati su se stessi,  ha superato ogni possibile soglia. Oggi i partiti innanzitutto e fondamentalmente si preoccupano  di tutelare il proprio rispettivo spazio nell’attuale sistema di potere nonché di garantirsi la presenza alle Camere di parlamentari obbedienti alle loro direttive. Il progetto politico, il cosiddetto “programma”  viene dopo e conta poco o nulla. Finché non sono state definite le liste dei candidati non se ne occupava nessuno. Soltanto a liste chiuse si è  cominciato qua e là a parlarne, ma lanciando proposte estemporanee che nessuno prende sul serio. E’ chiaro a tutti infatti che si tratta di idee improvvisate dietro le quali non c’è mai uno studio proporzionato all’entità della questione. D’altra parte manca o quasi in Italia quel tessuto di fondazioni, di istituti di studio, di centri di ricerca che altrove produce la “materia prima” in mancanza della quale le forze politiche non possono comunque schierarsi e decidere con cognizione di causa. Svilupparlo adeguatamente non interessa a nessuno né a destra né a sinistra.

E’ in questo quadro che si situa l’appuntamento elettorale del 4 marzo prossimo. Non essendoci alcuno schieramento che abbia un progetto politico adeguato alle urgenze di oggi, né tanto meno una visione generale accettabile in tema di valori umani fondanti della convivenza civile, che cosa ci resta da fare? A mio avviso qualcosa da fare resta, malgrado tutto assai importante: si tratta di scegliere per quelle forze politiche e per quella coalizione che più favorisce, ovvero che meno sfavorisce il primato della società civile rispetto alla sfera del potere politico. Di fronte alla generale e drammatica crisi dello Stato moderno (di cui lo Stato italiano è uno dei peggiori tra quelli dei Paesi più sviluppati) tutte le filosofie e le prassi politiche di tipo statalistico non fanno comunque che aggravare il problema. Non in assoluto ma nel concreto di questo frangente storico si tratta allora di puntare sulla società civile, beninteso con un’agenda di orientamento non elitario ma popolare. Nella specifica contingenza delle prossime elezioni ciò significa evidentemente preferire il centrodestra. Dentro questo meno peggio si tratta poi di cercare il meno peggio del meno peggio. E’ una prospettiva un po’ sconfortante, un po’ da raccolta differenziata, ma al momento non c’è altro da fare. Sarà poi il caso, dal 5 marzo in avanti, di mettersi finalmente all’opera per affrontare la sostanza del problema.

Spingendo ai margini dello spazio pubblico tutto ciò che non è politica o economia, insomma censurando tutto ciò che attiene alla sfera del senso della vita e delle cose, il potere ha inaridito  le fonti della convivenza civile: quindi anche le basi stesse dall’agire politico e dell’agire economico. La speranza, la disponibilità al sacrificio di sé e la  fiducia nel futuro, senza le quali dalla crisi non si esce, vengono infatti (o non vengono) da qualcosa che va ben oltre l’economia e ben oltre la politica. D’altra parte non sembra che la cultura oggi predominante possa essere di grande aiuto nella ricerca di quell’”oltre”. Vale allora forse la pena di allungare lo sguardo al là dei limiti dell’odierno ordine costituito politico-culturale del nostro Paese.

Imboccata questa strada, la prima e più imponente realtà in cui ci si imbatte in Italia è la visione del mondo cristiana. Ponendosi in un orizzonte da cui l’esperienza cristiana non sia esclusa che cosa può saltar fuori oggi di buono per tutti? Vale certamente la pena di domandarselo. In questa prospettiva un itinerario di ricerca molto promettente è stato aperto in tempi recenti da Angelo Scola, e in particolare dai suoi Un mondo misto / Il meticciato tra realtà e speranza, Jaca Book, Milano, 2016, e Postcristianesimo / Il malessere e le speranze dell’Occidente, Marsilio, Padova, 2017.

Con la sua sconfortante chiusura al mistero e la sua sostanziale incapacità di cogliere il diverso da sé, la Ragione di matrice illuministica, che l’Occidente aveva visto come il grande strumento grazie a cui unire il mondo e guidarlo verso un futuro luminoso, si sta trasformando in un catastrofico boomerang. Anche se come maglio distruttore di un vecchio ordine ormai incartapecorito l’Età dei Lumi ha avuto i suoi obiettivi meriti, sta di fatto che nel nostro tempo di tale scossa si vedono innanzitutto le macerie.  La perentoria prospettiva “laica”, o più esattamente atea che essa implica non solo sta bloccando l’area euro-atlantica in cui si è imposta, ma anche scandalizza il resto del mondo e gli fa perdere quel rispetto per l’Occidente che paradossalmente non era venuto meno neanche al tempo delle dominazioni coloniali.

Nel quadro dello scontro tra il fondamentalismo (che in effetti è una forma paradossale di secolarizzazione) e la secolarizzazione, radice ultima di tutti grandi conflitti del momento,  l’esperienza religiosa, quella cristiana in particolare, si pone non come un problema bensì come una risorsa molto interessante. Per ricavare da questo lievito tutta la pasta di cui abbiamo bisogno s’impone però un lavoro ancora molto lungo.

 

 

13 febbraio 2018

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Elezioni. Scegliere il meglio del peggio: una prospettiva un po’ da raccolta differenziata, magari desolante ma inevitabile

  1. Marco Bolla ha detto:

    Gentile Sig. Ronza, lei scrive: “Non essendoci alcuno schieramento che abbia un progetto politico adeguato alle urgenze di oggi, né tanto meno una visione generale accettabile in tema di valori umani fondanti della convivenza civile, che cosa ci resta da fare?…” Mi pare che, almeno tentativamente, uno schieramento politico che soddisfi questi requisiti (figli di una identità cristiana) ci sia: il Partito della Famiglia. Io mi sento di guardare con una certa simpatia a questa nuova espressione politica fatta di gente che, se non altro, ha il fegato di mettere al centro temi che oggi come oggi l’applauso non te lo fanno prendere… (identità cristiana, valore della vita sempre, valorizzazione della famiglia). Sono un branco di pazzi? Vedremo, mi sa che io li voterò…

    • Robi Ronza ha detto:

      Per parte mia ritengo che il Partito della Famiglia non abbia spazio, e che inoltre il tema della famiglia, benché ovviamente centrale, non basti da solo a dare fondamento a una forza politica. Perciò mi sa che non lo voterò. In tema di famiglia è meglio lavorare alla costruzione di un soggetto sociale, di un forte movimento tale da imporsi ai partiti come interlocutore sempre più ineludibile.

      RR

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