Cl e la politica: qualche riflessione a una settimana dalle elezioni del 4 marzo e a 64 anni dalla nascita del Movimento

“Tutti i ciellini del presidente. Piccola mappa della diaspora del fu potere Celeste. Così gli aderenti a Comunione e Liberazione si stanno disponendo in varie figure sulla scacchiera nazionale e regionale”, Il foglio, 21 gennaio 2018. “Dopo il voto. (…) Lupi e Del Gobbo, gli ultimi eletti: «Così è franato il feudo ciellino». Da Formigoni a Cattaneo, flop e veleni. Amicone: troppe liste, «Scatta il liberi tutti»”, Corriere della sera, 18 marzo 2018. Anche al netto dell’acido compiacimento che caratterizza tali commenti non si può non rilevare la grandissima distanza che separa la cenere di questo presente dall’entità della presenza pubblica che caratterizzava il Movimento fino a pochi anni or sono.

E prima ancora non si può non lamentare il danno che questa immagine, non solo mesta ma soprattutto distorta, provoca a un movimento che  è essenzialmente un luogo di educazione alla fede. Prima di ogni altra cosa infatti Cl è uno dei frutti primari di quel grande processo di rinascita della Chiesa e di riannuncio del fatto cristiano al tramonto dell’età moderna che è segnato da una parte da grandi figure di Papi e dall’altra da grandi figure di uomini di pensiero e di fede: una sequenza  che inizia con Henry Newman alla fine del secolo XIX e si compie con Luigi Giussani nella seconda metà del secolo XX.

E’ recente la pubblicazione di due opere — segnaliamo concludendo su questo punto — più che mai utili alla comprensione dell’opera di Giussani e della realtà di Cl: il saggio di Monica Scholz-Zappa Giussani e Guardini / Una lettura originale, Jaca Book 2016 e la raccolta di testimonianze personali sull’incontro con don Giussani, pure edita da Jaca Book nel 2017 col titolo Ho trovato quello che stavamo cercando. Se non bastasse la realtà delle cose (che tuttavia in quest’epoca di eclissi della capacità di cogliere le evidenze spesso non basta) la lettura tra l’altro di questi due libri, pur così diversi per genere e per mole, può essere di aiuto a chi voglia rendersi conto di quanto non convenga a nessuno squalificare Cl non soltanto nella Chiesa, ma in genere nella società civile. Se la Chiesa è, come è, una grande risorsa per la società, pur con tutti i suoi difetti Cl è una grande risorsa di tale grande risorsa.

Non lo diciamo noi, anche se siamo lieti di ripeterlo. Lo scrisse san Giovanni Paolo II  nella sua lettera a mons. Giussani dell’11 febbraio 2002,  là dove riconosce al Movimento il notevole merito di  aver voluto e di voler indicare l’essenza del cristianesimo: “non una strada ma la strada” alla fede in Cristo come soluzione del dramma esistenziale dell’uomo (Giovanni Paolo II, Lettera a mons. Luigi Giussani nel 20° anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione, 11 febbraio 2002). Nel medesimo documento il Papa aveva pure riconosciuto e affermato come quella di Cl sia “storia anche di opere di cultura, di carità, di formazione e, nel rispetto della distinzione tra le finalità della società civile e della Chiesa, (…) storia anche di impegno nel campo politico, un ambito per sua natura ricco di contrapposizioni, in cui arduo risulta talora servire fedelmente la causa del bene comune”. Se si è arrivati al punto in cui siamo oggi ciò significa che in Cl negli anni successivi si è stati sempre meno all’altezza della sfida; che insomma la causa del bene comune è stata sempre meno fedelmente servita.

Anche prima e anche al di là delle urgenze della politica uscir fuori da questo stato di cose è più che mai necessario. Lo è innanzitutto tenendo conto dei più ampi orizzonti del tempo in cui viviamo, in cui il tramonto dell’età moderna lascia dietro di sé quelle macerie che con grande chiaroveggenza personalità come Chesterton, Guardini e Giussani avevano preannunciato. Gli asini continuano a non volare anche se oggi qualcuno ne dubita; e soprattutto  anche se parecchi non si pongono più il problema. Il venir meno delle evidenze non toglie insomma alcun peso a ciò che finora era stato evidente. Esige però la ricerca di modi nuovi per far riscoprire l’evidenza in un’epoca nella quale, come è stato autorevolmente messo in luce, la “bellezza disarmata” può superare muri altrimenti insuperabili.

Considerato  l’“impegno in campo politico” che Giovanni Paolo II segnalava positivamente come uno dei caratteri del carisma e della storia di Cl, la soluzione del problema non può tuttavia consistere semplicemente nel…chiudere i compartimenti stagni lasciando, come si direbbe in inglese, i politici “fuori al freddo”. Questo non solo perché ciò non è buono e nemmeno giusto ma anche perché essi sono soltanto una parte del problema. Se infatti il loro ruolo si è talvolta così squilibrato è ragionevole presumere che si siano registrati degli squilibri anche da altre parti.

Come un’esperienza di comunione vissuta in modo esistenzialmente e socialmente denso può comporsi con l’intrecciarsi dentro la comunità di giudizi e di scelte politiche diverse? E come farlo senza ricorrere alla comoda ma equivoca scorciatoia dell’alternativa tra la scelta “subacquea” preferenziale per una certa posizione e la tolleranza per le altre? Il fatto che il movimento oggi detto Comunione e Liberazione fosse nato in Italia al tempo della Guerra fredda —  quando la  Chiesa aveva buoni motivi per chiedere esplicitamente ai cattolici italiani un impegno mai chiesto  altrove, ossia la convergenza verso un solo partito, la Democrazia Cristiana —  esentò a lungo  Cl dalla necessità di porsi tale problema. In seguito delle soluzioni pratiche vennero trovate per trascinamento, se così si può dire. Con conseguenze sempre meno brillanti e anche sempre meno limpide da un punto di vista educativo, come bene si vide nel caso del referendum popolare del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi.

A questo punto, dopo la confusa e mesta figura fatta lo scorso 4 marzo, a quelle domande occorre cercare al più presto adeguate risposte. A mio avviso è un cammino che può bene prendere le mosse da quanto don Giussani dice sul rapporto tra Cl e politica nel suo libro-intervista Il movimento di Comunione e Liberazione, pubblicato dapprima da Jaca Book nel 1975 e poi nel 1986, e ripubblicato in BUR/saggi nel 2014 con prefazione di Julián Carrón. All’argomento sono tra l’altro specificamente dedicate diverse pagine (pag. 152-159 nell’edizione BUR/saggi). La circostanza potrebbe poi anche venire colta per un salutare esame di coscienza sulla misura nella quale la gente di Cl ha preso sul serio i grandi obiettivi di impegno civile che don Giussani invitava a perseguire a costo di qualsiasi sacrificio: la libertà d’educazione, e quindi la rottura del monopolio statale della scuola, e la mobilitazione contro lo statalismo, versione moderna della tirannide. Tra il plauso rituale alle tesi espresse da don Giussani ne Il rischio educativo (Jaca Book, 1977), e rispettivamente nel cruciale discorso di Assago del 1987 e altri simili (cfr. L’io, il potere, le opere, Marietti 1820, 2000), e l’impegno a dare ad esse reale attuazione, si registra fino ad oggi un desolante divario. Senza dubbio qualcosa non ha mai smesso di esserci e qualcosa riprende a germogliare, ma ormai a 64 anni dalla nascita del Movimento sarebbe il caso di provare davvero a riprendere di buona lena il cammino.

 

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Cl e la politica: qualche riflessione a una settimana dalle elezioni del 4 marzo e a 64 anni dalla nascita del Movimento

  1. Cisco22 ha detto:

    Per una volta le faccio i complimenti per un suo articolo(anzi ce ne sono un paio che ricordo con interesse), per il suo porsi una riflessione che altri non vogliono sentir nominare. Pongo due temi:
    se cade la difesa dei valori non negoziabili perché restare uniti? Il bene comune non diventa tanti beni comuni? Poi oltre lo statalismo e la libertà di educazione(che ancora non c’è, visto che si paga e i recenti appoggi politici hanno tagliato fuori) si può porre attenzione sul dramma sociale del precariato (non la possibilità di licenziare ma lo spezzatino contrattuale), che impedisce la rincorsa dei desideri dell’uomo?(che ai tempi di Giussani non era così grave) E magari (ma è solo un rigurgito di fantascienza) una riscoperta degli italiani come popolo e non solo come abitanti
    di un pezzo di terra?

  2. Valter ha detto:

    Vorrei portare alla vostra attenzione (nella riflessione su una presenza politica che nasce da una educazione al bene comune) un fatto: il secondo family day aveva evidenziato la presenza di un popolo.Un popolo disposto a dar ragione della suo ideale sintetizzato nei quattro principi non sindacabili espressi chiaramente dal Papa Emerito. quello era il punto di coagulo e di rinascita di una presenza pubblica. Debbo dire con amarezza che all’interno dei responsabili di CL quella evidenza non solo non è stata colta,ma anche ( a ruota del segretario della CEI) contestata.
    La rinascita di una presenza politica come espressione della carità( citando Paolo VI) passa per un recupero di una esperienza di fede totalizzante, Sempre avversata da un laicismo e clericalismo imperante

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