Italia dopo le elezioni:  la desolante realtà e il possibile sogno

Siamo ormai così abituati a guardare alla vita politica democratica in modo capovolto, ossia a partire non dal popolo ma dai partiti, che quanto sta accadendo in questi giorni nel proverbiale Palazzo finisce per interessarci ben poco. Siamo tutti quanti svogliatamente, ma anche cinicamente in attesa di capire quale maggioranza di governo e quale opposizione  potranno mai nascere dal vario combinarsi di tre schieramenti che hanno detto e ridetto per tutta la campagna elettorale che mai e poi sarebbero scesi ad accordi con alcun altro. Tutta la storia della Repubblica dimostra che allo scioglimento anticipato e al ritorno alle urne nessuno in Parlamento vuole arrivare per un anno o più (fino alla scadenza del termine oltre il quale la legislatura conta ai fini delle pensioni dei parlamentari). Quindi è evidente che adesso a un qualche governo si giungerà. Se poi sarà un governo in grado di risolvere qualche problema urgente del Paese è un’altra questione.

Fosse anche solo per ingannare il tempo  in attesa del 23 marzo prossimo, quando le nuove Camere si riuniranno a Roma per la prima volta, proviamo allora ad immaginare come potrebbero andare le cose   — sia pure a Costituzione invariata — se  la democrazia venisse inaspettatamente rimessa sulle sue gambe. In tal caso la grande domanda non sarebbe: come i partiti riusciranno mai a mettersi d’accordo? Sarebbe invece: che cosa la gente ha voluto dire ai partiti, insomma al potere politico, inviando a Roma un Parlamento così formato?

Immaginiamo poi,  aggiungendo sogno a sogno, che pure  la stampa tornasse sulle sue gambe abbandonando  il suo attuale ruolo di grancassa dei luoghi comuni più graditi a chiunque abbia qualche potere nel momento dato. In tal caso, sia nel nuovo Parlamento che nel Paese,  inizierebbe un grande dibattito orientato alla definizione da un lato dei problemi da affrontare  e dall’altro delle loro preferibili soluzioni. Sulla  base di esso il presidente della Repubblica potrebbe allora motu proprio delineare un programma, procedere  alle consultazioni delle forze politiche e formare un governo che poi invierebbe alle Camere a proporsi al loro voto di fiducia.

Bello, ma possibile?  Per quel che adesso possiamo prevedere certamente no. Non si vede infatti chi mai potrebbe indurre i partiti a rinunciare volontariamente al loro attuale enorme potere, che con la vigente legge elettorale è giunto al suo massimo storico. Con tale legge le Camere si sono trasformate in Camere dei partiti e non del popolo, senza più alcun legame con il territorio. Maria Elena Boschi eletta dal Pd/SVP a Bolzano, e Matteo Salvini eletto dalla Lega in Calabria  sono un simbolo evidente di tale involuzione.  Per buona sorte però il futuro sfugge in larga misura alle nostre umane previsioni. Non si deve quindi escludere che il vuoto di legittimazione democratica di questa partitocrazia assoluta non regga alla sua strutturale incapacità di governare l’epoca di crisi in cui viviamo.  A tale momento ci si vede preparare  sia con capacità di mobilitazione civile che con proposte adeguate. Con riguardo a queste ultime ci sembra evidente l’urgenza di riforme costituzionali da cui esca una nuova Repubblica in cui : 1) il popolo voti direttamente tanto il presidente della Repubblica, e/o il presidente del Consiglio,  quanto un Parlamento da eleggersi, perché organismo di rappresentanza, in modo rigorosamente proporzionale; 2) il Parlamento non abbia più il potere di nominare e di sfiduciare il governo, inadatto al suo ruolo di assemblea rappresentativa di legittimi ma spesso contrastanti interessi immediati; 3) delle autentiche e responsabili autonomie territoriali e sociali siano il principale contrappeso del potere centrale.

14 marzo 2018

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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