Cl e la politica dopo tutto quello che è successo: le cinque evidenze di Francesco Botturi

Facendo seguito al mio Cl e la politica: qualche riflessione a una settimana dalle elezioni del 4 marzo e a 64 anni dalla nascita del Movimento, Francesco Botturi mi invia questo interessante e acuto intervento, che pubblico qui ben volentieri.

 Caro Robi,

pur con ritardo,  vorrei interloquire con il tuo intervento “Cl e la politica: qualche riflessione a una settimana dalle elezioni del 4 marzo e a 64 anni dalla nascita del Movimento”, del 10 marzo, come sempre da parte tua, lucido e sincero. Un intervento che evita il piagnisteo sulla irrilevanza dei cattolici in politica (solo?) e pone la questione dei recenti fallimenti elettorali in un contesto più ampio e, insieme, con riferimento specifico al Movimento, facendo garbatamente notare che è ormai un signore prossimo alla terza età e che deve fare attenzione ai segnali di un possibile decadimento.

Vorrei fare tre osservazioni:

  1. Avendo vissuto la fase più intensa della mia partecipazione al Movimento proprio tra gli anni 1965 e 1980, sono stato particolarmente provocato dal seguente passaggio del tuo scritto: “Come un’esperienza di comunione vissuta in modo esistenzialmente e socialmente denso può comporsi con l’intrecciarsi dentro la comunità di giudizi e di scelte politiche diverse? […]. Il fatto che il movimento oggi detto Comunione e Liberazione fosse nato in Italia al tempo della Guerra fredda —  quando la Chiesa aveva buoni motivi per chiedere esplicitamente ai cattolici italiani un impegno mai chiesto altrove, ossia la convergenza verso un solo partito, la Democrazia Cristiana —  esentò a lungo Cl dalla necessità di porsi tale problema. In seguito delle soluzioni pratiche vennero trovate per trascinamento, se così si può dire. Con conseguenze sempre meno brillanti e anche sempre meno limpide da un punto di vista educativo […]”.

Condivido il giudizio storico che poni, che conclude con un giustificato dubbio sulla validità del metodo con cui la questione politica fu posta fin dagli inizi da parte del Movimento. Vissi il dramma del ’68 in presa diretta, nel pieno dei miei studi (messi a dura prova dal caos del momento) presso l’Università Cattolica, e soprattutto vissi con il gruppetto degli amici superstiti l’occasione di una rinascita, da cui venne di lì a poco la nuova realtà del CLU (Comunione e Liberazione Universitari). Quella rinascita non avvenne certo nella rincorsa della contestazione e tanto meno in una ricerca di rifugio, ma nella scoperta più viva di un’identità riproposta e riannunciata: in Cristo il dono dell’uomo nuovo e la possibilità di una liberazione antropologica e quindi anche storica (questo ci venne ricordato in quelle circostanze). Diversamente da quanto è stato scritto e detto, quel reinizio di esperienza non fu affatto connotato da un qualche progetto operativo (non ne avevamo alcuno), ma da una certezza ontologica: l’uomo nuovo, fondamento e energia di fede, speranza, carità e quindi di cultura, missione e condivisione. Così ricominciammo a vivere. Ad oggi credo che questo sia  il problema principe della Chiesa nel mondo contemporaneo: quello del punto di partenza. I primi anni del CLU furono tutti giocati su questo e sul far diventare questo metodo.

 

  1. Un inizio imponente di svolta fu il noto evento del Palalido del 1973, quando il Movimento, diventato nella sua dirigenza anche “romano”, celebrò la sua scelta non certo di abbandonare l’origine, ma di convogliare la maggior parte delle energie in direzione socio-politica. Si documentava in quel clamoroso gesto la straordinaria quantità e qualità di energie che CL aveva espresso nella sua ripresa dopo il trauma del ’68, ma si formulava anche “di fatto” un equivoco circa la natura della presenza storica di CL. Da quel momento e per molti anni l’appartenenza a CL diventava “di fatto” in modo univoco ( cioè come conseguenza diretta e necessaria) anche militanza nelle sue espressioni socio-politiche. “Di fatto” perché nessuno, e con convinzione, ha mai teorizzato l’identità tra CL e politica. Ma forse tutti pensavano o agivano come se posta la prima cosa non potesse che discenderne la seconda, con la stessa esigenza di unità e di cogenza della prima. Tutti erano tenuti a sostenere i “nostri”, comunque; per una sorta di ragione teologica (che pur ci stava come ideale di unità), ma che non veniva mai passata per il vaglio degli argomenti politici di merito e degli attori politici in gioco; che per esempio non si sono mai curati di guadagnarsi il consenso con le loro idee, competenze ed opere. Poi qualcuno lo ha saputo fare e anche in modo rilevante, ma i più no.

Allora la tua osservazione sul contesto di guerra fredda e di richiesta ecclesiastica serve a capire il contesto e quindi a comprendere la facilitazione dell’equivoco, ma non a giustificarlo. Esso poi divenne mentalità e non si sarebbe più corretto, sino alla sua crisi interna e poi (ora) con una sorta di risentimento contro l’idea stessa di impegno pubblico.

 

  1. Il prezzo pagato nel tempo di quel convogliamento delle migliori energie nel socio-politico e della identificazione con esso del volto pubblico di CL, fu quello della cultura e della sproporzione che si venne a creare tra questa e lo stesso impegno pubblico. Non mancarono indirizzi giusti (“Più società e meno Stato”) e riflessioni importanti (sulla sussidiarietà e sulla Dottrina sociale della Chiesa), ma nulla di organico e di stabile e soprattutto di educativo della gente; tanto è vero che alcune cose furono presto abbandonate (come la Dottrina sociale), altre divennero slogan senza approfondimento e aggiornamento. Perché educare alla politica non significa solo far partecipare a gesti collettivi d contenuto politico, ma essere messi in grado di scoprire la dimensione politica del vivere, dalla famiglia allo studio, dal lavoro alle professioni e quindi diventare soggetti politici, indipendentemente e prima di ogni organizzazione.

E qui giungiamo all’oggi, in cui anche le ultime eredità del passato sono esaurite e in cui si può solo partire in modo nuovo, come contenuto e come metodo, circa i quali ho solo alcune evidenze. La prima e fondamentale è che non si tratta di “entrare in politica”, ma di esserci già, di essere portatori della dimensione politica del vivere, che non è un pre-politico (deformando la percezione della realtà), ma già del politico vero e proprio, che è dimensione di ogni forma del vivere associato. Né, d’altra parte, questo vuol dire che tutto è politica (secondo il massimalismo ottuso del ’68), ma che tutto nella vita umana ha dimensione politica: si tratta di saperla vedere (ed essere educati a vederla). L’anima dell’attuale crisi del politico sta – a me sembra – nell’aver perso questa percezione dell’esistenza, a tal punto che più nulla sembra politico e che la politica sia nulla (se non intrigo, affarismo, poltronismo, e chi più ne ha più ne metta); situazione ottima per i poteri reali, che in tal modo agiscono indisturbati sotto la coltre dell’individualismo generalizzato e delle piccole baruffe di corte (civile o ecclesiastica).

La seconda evidenza è che, allora, la politica rinasce se della gente si mobilita stabilmente nei confronti delle implicazioni politiche della vita e delle sue condizioni civili. Penso spesso alla quantità di competenze e di professionalità presenti nel Movimento, come in tante comunità cristiane, e insieme all’inerzia della autocoscienza politica; e viceversa penso all’enorme potenziale politico che vi sarebbe se quella coscienza si svegliasse e fosse sostenuta. Se succedesse, la cd irrilevanza politica sparirebbe in pochi mesi e subentrerebbe, piuttosto, la fatica di una dialettica civile e politica onerosa, ma tonificante. Insomma si comincerebbe a dar fastidio (forse è più tranquillizzante essere irrilevanti, soprattutto per quelle stesse autorità che oggi lamentano l’irrilevanza).

Terza evidenza è che forse sarebbe tempo di porsi una domanda elementare: che cosa significa oggi “politica” (intendendola qui come potere politico organizzato)? Cioè sarebbe opportuno rendersi conto che appunto non siamo più ai tempi della guerra fredda, del mondo immobilizzato nel confronto tra due superpotenze, che il mondo è sempre più un globo unificato dalla tecnostruttura, cioè che i poteri reali sono dislocati in modo molto diverso, tanto che la politica tradizionale e “partitica” non riesce a governarli appunto perché globali. Ma se il potere politico non è in grado di governare la maggior parte dei poteri reali, l’apparato politico diventa una macchina che gira a basso regime e che si occupa sempre più di se stessa e sempre meno della realtà; ecc. “Più mondo sociale e meno globo tecnocratico”, bisognerebbe forse dire oggi. In ogni caso molto più lavoro culturale per capire in che mondo viviamo e che cosa c’è di inedito, quali risorse, quali ostacoli, quali forme politiche possono non battere l’aria, è ancora il tempo dei partiti, quali e dove sono i reali poteri, quali i luoghi sensibili della convivenza, dove l’umano è veramente in gioco? ecc. C’è lavoro per tutti ed anche entusiasmante, soprattutto se fosse un lavoro collettivo con ricadute pubbliche; sarebbe un lavoro da protagonisti innanzitutto dall’interno della vita civile.

Quarta evidenza è che l’impegno politico professionale e istituzionale non esaurisce affatto il politico e il fare politica; anche se il fare politico è una vocazione preziosa ed augurabile. Ma la sua premessa logica è quella coscienza politica vissuta e operativa, che costituisce i retroterra indispensabile per una certa qualità della politica istituzionale, una risorsa e anche un utile monitoraggio dell’agire dei politici.

Quinta evidenza è che la comunità cristiana non ha come compito di fare il supporter e l’organizzatrice della politica professionale in cui convogliare i fedeli, ma ha una grande responsabilità nel tener desta la coscienza del politico, di cui dicevo, così come di tutte le dimensioni fondamentali dell’umano (mentre – anche su questo – i fedeli sono lasciati/abbandonati al sentire comune del momento); la conversione riguarda l’intero della vita e delle sue forme. La comunità cristiana ha il compito di istruire sul significato cristiano della politica (come della famiglia, dell’educazione, ecc), di aiutare il lavoro culturale necessario per essere vigili e attivi nel proprio stato di vita civile e di spingere all’iniziativa solidale in proposito, con equilibrio ma anche con decisione e libertà di giudizio.

 

Un caro saluto

Francesco Botturi

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Cl e la politica dopo tutto quello che è successo: le cinque evidenze di Francesco Botturi

  1. muccadicomacchio ha detto:

    Io vorrei fare solo un’osservazione. Nell’arco di quarant’anni CL ha sperimentato l’intero ventaglio delle modalità di presenza nel politico: ha sostenuto gente ‘vicina a noi’, ‘vicinissima a noi’, gente ‘nostra’, ha creato un gruppo di pressione all’interno della DC e poi un ‘gruppo interparlamentare per la sussidiarietà’ che ha ispirato un breve governo approvato dal PdR, lasciandosi scappare l’occasione di proseguirlo, senza opporsi a un decisionista dall’ego grande come una casa capitato da chissadove dicendo ‘tutti a casa, adesso comando io’, ma anzi sostenendolo, contribuendo alla creazione del più inutile dei partitini del dopoguerra. Concordo sul fatto che lascia perplessi partecipare a un incontro preelettorale in cui quattro convinti ciellini spiegano la loro partecipazione a quattro partiti diversi, ma qualcuno mi può spiegare quale tipo di sbocco collettivo resta, al di là di tutti quelli già sperimentati e dimostratisi fallimentari?

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