Governo del Presidente? Potrebbe anche essere non “tecnico”, bensì politico

 Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 21 aprile 2018

Ormai a quasi due mesi dalle elezioni del 4 marzo la formazione di un nuovo governo in Italia si prospetta non meno ardua di quanto sia stata quella del nuovo  governo in Germania dopo le votazioni del 2017. In Germania, come si ricorderà,  per raggiungere tale obiettivo ci sono voluti 169 giorni, più di cinque mesi. In Italia forse non si giungerà a tanto, ma comunque per adesso  la proverbiale luce in fondo al tunnel ancora non si vede.  In entrambi i Paesi il sistema istituzionale è di tipo parlamentare,  anche se con diverse caratteristiche. In  Italia il governo viene eletto da tutte e due le Camere, che possono farlo cadere in ogni momento incondizionatamente.  In Germania invece il capo del governo (il Cancelliere) viene eletto dalla sola Camera Bassa, il Bundestag, la prima volta che si riunisce, pena in caso contrario il ritorno alle urne; e non può venire congedato se non è già pronta una nuova maggioranza.  Ciò non ha  tuttavia impedito quella così lunga trattativa. Tanto più complessa perciò è la situazione in Italia, dove non esistono meccanismi  del genere.

Al di là dell’esistenza o meno di meccanismi intesi a evitare vuoti di potere, conta però la realtà di un ormai mutato assetto della società civile dei due Paesi. Da tale nuovo assetto deriva una frammentazione dell’elettorato in aree più o meno equivalenti, nessuna delle quali né raccoglie né può sperare di raccogliere nel futuro prevedibile una marcata maggioranza del voto del popolo.  Il problema potrebbe venire risolto alla radice solo grazie a una radicale riforma delle istituzioni: se non secondo il modello svizzero almeno secondo il modello francese. In Francia la scelta del possibile compromesso viene affidata non ai partiti in Parlamento bensì direttamente al popolo. Il popolo infatti non solo  elegge direttamente il Presidente della Repubblica, che nel  caso francese è pure capo dell’esecutivo, ma anche  (con l’eventuale voto di ballottaggio) procede alla scelta di compromesso tra i due candidati rimasti in lizza. Fa cioè quello che sia in Germania che in Italia ai partiti in Parlamento risulta sempre più difficile fare.

Conclusasi giovedì  scorso a Roma con un nulla di fatto la “missione esplorativa”  della presidente del Senato, Elisabetta  Alberti Casellati,  questo lunedì dovrebbe essere la volta  di un’analoga missione del presidente della Camera, Roberto Fico.  Tra l’una e l’altro l’unica differenza di qualche rilievo è il fatto che Alberti Casellati è una senatrice di Forza Italia mentre Fico è un deputato del Movimento 5 Stelle; quindi hanno ciascuno una specifica prossimità con una diversa forza politica.  Detto questo non  c’è in pratica altro da aggiungere. E soprattutto nulla lascia sperare che anche questa seconda missione esplorativa finisca in modo diverso dalla prima, ovvero con un buco nell’acqua.

E’ un vicolo cieco che nasce dall’equivoco secondo cui qualcuno sarebbe uscito vincitore dalle elezioni dello scorso 4 marzo: o il Movimento 5 Stelle, che fu il singolo partito più votato, o la coalizione di centro –destra (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia) che ne suo insieme raccolse la maggioranza relativa dei voti. La situazione potrà in effetti sbloccarsi solo quando ci si renderà conto che quelle elezioni non le ha vinte nessuno. Oggi in Italia vince solo chi raggiunge la maggioranza assoluta dei voti e quindi dei seggi in Parlamento; e questa nessuno l’ha raggiunta. In un contesto caratterizzato infatti da veti reciproci (e in particolare dalla presenza di un partito, il Movimento 5 Stelle, che avendo il 32 per cento dei voti pone veti a destra e a manca) non ci sono comunque le condizioni perché si formi in Parlamento una maggioranza di governo.  Perciò o si torna a votare o il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella,  usando dei suoi legittimi poteri, forma un governo e lo presenta alle Camere chiedendo che gli diano la “fiducia”, pena  in caso contrario il loro scioglimento e nuove elezioni. In Italia questi “governi del Presidente” (l’ultimo dei quali fu quello presieduto da Mario Monti) godono sin qui di pessima fama, e per buoni motivi. I cosiddetti “tecnici” che ne facevano parte si rivelarono spesso peggiori dei politici.  Non è però detto che un governo del Presidente debba per forza essere fatto da “tecnici”. Tenuto conto delle maggiori forze oggi rappresentate  in Parlamento e dei loro programmi, Mattarella potrebbe  delineare un programma e mettere insieme un governo politico.  Potrebbe insomma procedere lui a quel compromesso possibile che da soli i partiti non riescono a fare.  Resta da vedere se avrà il coraggio di prendere un’iniziativa del genere che, pur rientrando nei suoi legittimi poteri di Presidente della Repubblica, è tuttavia senza precedenti.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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