Governo: la carta vincente che Mattarella potrebbe giocare

Il piccolo Molise, poco più di 310 mila abitanti, non è comunque un campione statistico dell’Italia intera. Pretendere quindi di trarre dalle elezioni regionali molisane di domenica scorsa lezioni valide alla scala nazionale è comunque ingiustificato. Inoltre, diversamente da quanto il proverbiale Palazzo tende sempre a sperare, non è detto che l’elettore voti allo stesso modo per ogni livello di governo. Che ciò anzi non accada può anche essere un sintomo di maturità democratica. Può accadere che, per così dire “laicamente”, il medesimo elettore veda bene un partito al governo centrale e l’altro al governo regionale.

E’ quando mi venne spiegato una  volta in Australia di fronte alla mia meraviglia per la frequente maggioranza laburista dei vari Stati australiani, cui non di rado corrisponde invece un governo liberale a livello della loro Federazione. “Come tanti”, mi spiegò il mio interlocutore, “voto laburista alle elezioni per lo Stato, che ha la maggior parte delle competenze in materia di servizi sociali, perché i laburisti sono più attenti ai bisogni della gente; e voto invece liberale per la Federazione, che detiene il controllo del grosso della spesa pubblica, perché loro stanno più attenti ai conti”.

Tornando al Molise, non facciamone dunque uno specchio del Paese intero. Se c’è una lezione da trarre dall’episodio questa attiene piuttosto ai sistemi di voto. Diversamente  da quanto accade in sede nazionale, in forza delle leggi elettorali regionali (come pure di quella per i Comuni) gli elettori non si limitano ad eleggere i membri delle assemblee legislative e/o di controllo ma scelgono anche il capo dell’esecutivo (presidente della Giunta regionale o sindaco). In base poi al principio simul stabunt, simul cadent, se cade l’esecutivo automaticamente si scioglie anche l’assemblea e si va a nuove elezioni. Non si chiede dunque a tali assemblee di procedere a una scelta che sono ormai sempre più spesso incapaci di fare. La scelta di compromesso già la fa insomma il popolo, che è più libero di farla.  Non appena sarà possibile non resta dunque che introdurre il medesimo sistema anche in sede nazionale.

Come venirne fuori però adesso? Ponendo termine a una girandola di  consultazioni e di missioni esplorative che è ormai divenuta una penosa pantomima, Mattarella potrebbe – ribadiamo – presentare al Parlamento un “governo del Presidente”;  e chiedere che gli venga data  la fiducia, pena in caso contrario lo scioglimento delle Camere e il ritorno alle urne. Non un governo tecnico tuttavia bensì – e qui sta la novità — un governo politico. Un governo composto cioè di personalità politiche di rilievo, anche se non di primo piano, scelte nelle più diverse aree e disponibili ad impegnarsi sulla base di un programma elaborato dallo stesso Mattarella. Punti-chiave del programma: una nuova legge elettorale nazionale sul modello di quelle regionali, e provvedimenti urgenti per il rilancio dell’economia e per il controllo della spesa pubblica. Un “governo provvisorio”, per così dire, di cui non facesse parte nessuno dei leader dai partiti che con i loro veti incrociati stanno bloccando la vita politica del Paese. Tanto per dar loro il tempo di calmarsi e di occuparsi per un po’ solo dell’organizzazione e della riforma interna dei partiti stessi, che ne hanno tutti quanti grande bisogno.

23 aprile 2018

 

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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