Cattolici e politica: l’originalità della posizione cristiana e quello che in Cl ho imparato

Nella riflessione aperta nello scorso aprile dal mio  Cl e la politica: qualche riflessione a una settimana dalle elezioni del 4 marzo e a 64 anni dalla nascita del Movimento facendo seguito al contributo di  Francesco Botturi interviene Luigi Patrini,  già sindaco di Gallarate e persona da sempre attenta e appassionata alla politica e ai suoi problemi.

RR

Con la presente riflessione desidero esprimere il mio parere sulla situazione attuale, reagendo a quanto Robi Ronza e Francesco Botturi hanno qui scritto negli scorsi marzo e aprile. Lo faccio anche sulla scorta di una lunga militanza politica, iniziata nel 1964 quando appena finito il liceo mi iscrissi alla Dc, e che mi portò tra il 1970 e il 1993 ad essere dapprima assessore e poi sindaco di Gallarate (Varese).

Premetto che non ho pregiudizi sulla conduzione di CL in cui sono dal 1961 quando ancora si chiamava GS. Mi è sempre stato ben chiaro che chi guida CL non ha alcuna responsabilità nelle scelte dei ciellini impegnati in politica, un’attività che – come don Giussani ha sempre ribadito – è frutto di scelte la cui responsabilità è della singola persona che le effettua. Non mi è invece chiaro, francamente, a quali fatti precisi alluda Robi Ronza quando scrive: “Era una risposta equivoca la storica scorciatoia dell’alternativa tra la scelta ‘subacquea’ preferenziale per una certa posizione e la tolleranza per le altre, il cui più recente episodio fu la vicenda del voto al referendum popolare sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi”: non mi è chiaro, ma posso immaginarlo.

Farò osservazioni in ordine alla posizione in politica dei cattolici (almeno di quelli che si ritengono tali) in genere, perché sono convinto che don Giussani ha “inventato” CL e l’ha plasmato perché chi vi aderiva facesse una seria esperienza di vera appartenenza alla Chiesa in quanto tale. Per questo – solo per questo – riesco a restare in CL, nonostante qualche fatica. E sono davvero molto grato – proprio a CL, a chi la guida (Giussani prima e Carrón dopo) e ai molti amici che vi ho trovato – perché mi hanno fatto innamorare dell’unica Chiesa del Signore Gesù Cristo.

Nella Sollicitudo Rei Socialis – l’enciclica che fu pubblicata  nel 1987 per celebrare il XX anniversario della Populorum progressio di Paolo VI e che Benedetto XVI, nella Caritas in Veritate del 2009 definì  “la Rerum novarum dell’epoca contemporanea” (n. 8) – Giovanni Paolo II  afferma  esplicitamente: “La dottrina sociale della Chiesa non è una ‘terza via’ tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un’ideologia, ma l’accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà (…), per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell’ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale” (SRS, 41).

La posizione cristiana dunque deve partire dalla propria “originalità”, come suggerisce implicitamente questa stessa riflessione di Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus: “Ritornando ora alla domanda iniziale, si può forse dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo, e che verso di esso vadano indirizzati gli sforzi dei Paesi che cercano di ricostruire la loro economia e la loro società? È forse questo il modello che bisogna proporre ai Paesi del Terzo Mondo, che cercano la via del vero progresso economico e civile? La risposta è ovviamente complessa. Se con ‘capitalismo’ si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di ‘economia d’impresa’, o di ‘economia di mercato’, o semplicemente di ‘economia libera’. Ma se con ‘capitalismo’ si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa” (C.A., 42; mia sottolineatura).

L’originalità della posizione cattolica

Per la Chiesa la posizione corretta nasce da una vera originalità di metodo nell’individuare ciò che è davvero essenziale, distinguendolo dal carattere contingente che ogni soluzione può portare con sé. Lo ribadisce bene ancora Giovanni Paolo II: “La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire al problema del sottosviluppo in quanto tale, come affermò già Papa Paolo VI nella sua Enciclica [la Populorum  progressio, n.d.a.]. Essa, infatti, non propone sistemi o programmi economici e politici, né manifesta preferenze per gli uni o per gli altri, purché la dignità dell’uomo sia debitamente rispettata e promossa e a lei stessa sia lasciato lo spazio necessario per esercitare il suo ministero nel mondo (SRS, 41).

Riprendendo la celebre definizione che Paolo VI espresse nella Populorum Progressio, il Pontefice precisa che la Chiesa è “esperta in umanità” (più forte è l’espressione in latino: “rerum humanarum peritissima”!). Per ragioni teoricamente  chiare e confermate dalla storia afferma quindi che “La radice del moderno totalitarismo è da individuare nella negazione della trascendente dignità della persona umana, immagine visibile del Dio invisibile e, proprio per questo, per sua natura stessa, soggetto di diritti che nessuno può violare: né l’individuo, né il gruppo, né la classe, né la Nazione o lo Stato. Non può farlo nemmeno la maggioranza di un corpo sociale, ponendosi contro la minoranza, emarginandola, opprimendola, sfruttandola o tentando di annientarla” (CA, 44). Poco più avanti ribadisce: “Un’autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana. (…) Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia [non dimentichiamoci la lezione di Böckenförde!] (…). La libertà è pienamente valorizzata soltanto dall’accettazione della verità: in un mondo senza verità la libertà perde la sua consistenza, e l’uomo è esposto alla violenza delle passioni e a condizionamenti aperti od occulti. (…) Nel dialogo con gli altri uomini egli, attento ad ogni frammento di verità che incontri nell’esperienza di vita e nella cultura dei singoli e delle Nazioni, non rinuncerà ad affermare tutto ciò che gli hanno fatto conoscere la sua fede ed il corretto esercizio della ragione”(SRS,46).

Interloquendo con Ronza e Botturi…

La Dottrina sociale della Chiesa ha accettato in modo esplicito e chiaro il “pluralismo delle opzioni politiche” almeno a partire dalla Esortazione apostolica Octogesima adveniens di Paolo VI che, nello stesso documento, indica i criteri fondamentali a cui attenersi nel fare la propria libera scelta. Si vedano in particolare i punti 4 e 50-52 («Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. Del resto non è questa la nostra ambizione e neppure la nostra missione. Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili dell’evangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell’insegnamento sociale della chiesa (…). Spetta alle comunità cristiane individuare, con l’assistenza dello Spirito Santo – in comunione coi vescovi responsabili, e in dialogo con gli altri fratelli cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà -, le scelte e gli impegni che conviene prendere per operare le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che si palesano urgenti e necessarie in molti casi (…). Il Pontefice stesso ricorda  che “Ciò che unisce i fedeli è, in effetti, più forte di ciò che li separa”.

Questo mi porta a proporre due considerazioni:

  • Se il “pluralismo delle opzioni”vale per la Chiesa nella sua globalità, non sarebbe equivoco pretendere che quanti vivono l’esperienza di appartenere ad un movimento ecclesiale debbano votare in modo uniforme? Non si rischierebbe di far credere che ciò che li unisce non è il riconoscimento di essere stati salvati da Cristo, ma la difesa di alcune posizioni di potere?
  • Non è più bella e attraente la testimonianza di chi, avendo legittimamente opinioni diverse sulle questioni “opinabili” della politica (cioè quasi tutte!), mostra invece un’unità “trasversale” – a prescindere dal partito a cui dà il voto – sulle questioni antropologiche fondamentali che costituiscono parte integrante dell’Annuncio cristiano? Tali “questioni non negoziabili” sono indicate con chiarezza e precisione esemplari nella “NOTA DOTTRINALE circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica” elaborata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede presieduta dal Card. Joseph Ratzinger e approvata da Giovanni Paolo II il 21 novembre 2002.

Nella storia del nostro Movimento l’unità è sempre stata un valore molto forte, come il valore della libertà (cioè della responsabilità personale) alla quale siamo stati sempre educati.

Spesso ci siamo richiamati la celebre frase di origine agostiniana (credo) secondo la quale “In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”; spesso ci siamo richiamati alla definizione di politica che dava S. Ambrogio (“la politica è l’arte nobile di creare amicizia in città”): l’ho vista citata in uno dei primi documenti del card. Tettamanzi, ma soprattutto ci è stata proposta quasi in modo programmatico da Benedetto XVI a Milano, quando, ricevendo in Arcivescovado le autorità il 2 giugno 2012, ha ricordato che Ambrogio chiedeva ai politici che si facessero amare dai loro concittadini. Tante volte mi sono chiesto se noi del Movimento impegnati in politica siamo stati capaci di “farci amare” dai nostri stessi amici e se siamo stati attenti alle loro richieste, ai loro suggerimenti, se – insomma – abbiamo avuto a cuore il desiderio di confrontarci con loro nelle nostre scelte o se, invece, siamo stati autoreferenziali dando per scontato che ci avrebbero votato.

L’unità tra noi ci sarebbe, non dico “automaticamente”, ma certo “quasi automaticamente” se sapessimo vivere a fondo la nostra appartenenza a Cristo: tale unità ci sarebbe anche con tutti coloro che vivono questa stessa appartenenza e diventerebbe attraente anche per chi fosse semplicemente appassionato ad una esperienza di umanità autentica. Svanita la vecchia divisione tra destra e sinistra, ormai superata nei fatti, emerge oggi una nuova contrapposizione: quella tra chi crede che ci sia una Verità sull’uomo e chi la nega; quella, dunque, tra chi cerca un compimento di sé autentico e quella di chi cede al relativismo gaio che caratterizza questa età post-moderna.

 Omnia vetera transierunt

Non credo possibile riproporre l’esperienza della DC, perché il contesto nazionale ed internazionale è oggi profondamente diverso. Impossibile riproporla e, soprattutto, inutile: il passato è passato e, come la giovinezza, non ritorna. Tuttavia reputo utile che cresca la percezione della inadeguatezza culturale e politica dell’offerta politica attuale: la cosiddetta sinistra è ampiamente fallita sul piano sociale e politico, sia nella versione PD (dissestato dall’arroganza di Renzi e dalla incapacità e inconsistenza degli altri leader di quell’area), sia nelle catastrofiche formazioni di sinistra più sinistra, velleitarie e ideologiche; la destra e il centro destra sono ormai sulla via del tramonto, rappresentati da forti componenti populiste o sovraniste (Lega e in parte Fratelli d’Italia) o da componenti troppo confondibili e/o identificabili in un leader-padrone. Forza Italia non è un partito “democratico”, ma un partito padronale, che inevitabilmente seguirà il destino del suo leader ormai ultraottantenne: anche se “riabilitato”, egli stesso dovrà accettare la realtà e farsene una ragione! Di “Noi per l’Italia” non si può non rilevare che l’esito elettorale – inaspettatamente inferiore alle previsioni – ne pregiudica il futuro: una certa eterogeneità della provenienza degli esponenti più in vista e la forse troppo rapida loro aggregazione deve aver pesato non poco sul risultato, come l’aspettativa delusa che il simbolo dell’UDC portasse effetti positivi che non si sono visti, a conferma della eccessiva “aspettativa di novità” presente nel corpo elettorale, comprovata dalla quasi-scomparsa dell’UDC stessa (ma c’è ancora?).

Tali aspettative sono state deluse in varia misura da quasi tutte le forze in campo. Stanno invece emergendo – fatto estremamente positivo e promettente – nuovi soggetti: “Energie per l’Italia” e “Il Popolo della Famiglia” sono le due più note. Il Popolo della Famiglia difficilmente diventerà un partito come gli altri, ma i suoi militanti potranno tenere desta l’attenzione su una questione decisiva per il futuro della nostra società, quale è appunto quella del sostegno reale e concreto (non solo ideologico e astratto) alla famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna e aperta all’accoglienza della vita. Spero che le forze che stanno germogliando nella società civile riescano a federarsi tra loro, diventando elemento catalizzatore, capace di coinvolgere e aggregare le altre numerose piccole forze che la società sta producendo quali anticorpi di fronte  alla catastrofe che la “cattiva politica” sta attualmente riversando sull’intera società.

Il nuovo soggetto dovrà avere riferimenti valoriali alti e attraenti non solo per i cattolici, ma per tutte le forze interessate a difendere i grandi valori culturali che in campo antropologico, sociale e morale sono nati dalle radici cristiano-giudaiche e greco-romane della nostra civiltà, quelle radici che sono la base fondante e fondamentale della nostra comunità civile.

Luigi Patrini

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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