Dopo il no a Di Maio e Salvini in nome e per conto dei “mercati”: la realtà dei fatti e quello che resta da sperare

Di fronte al progressivo sfaldamento dei partiti disponibili a fungere in tutto o in parte da loro intermediari, quei grandi poteri sin qui velati, se non occulti — che da tempo serpeggiavano dietro le quinte del proverbiale Palazzo — sono stati costretti a venire alla ribalta. Mai prima si era sentito un presidente della Repubblica dire apertamente che un governo non gradito alla grande finanza internazionale anche se avesse la maggioranza in Parlamento non può comunque venire insediato in Italia. Di questo infatti si tratta, e non dell’uscita dall’euro, che né Di Maio né Salvini hanno posto all’ordine del giorno e  di cui non c’è traccia nel programma della loro coalizione.

Di certo anche altri suoi predecessori furono della stessa pasta di Mattarella, ma potevano permettersi il lusso di non farlo sapere al grande pubblico. Mattarella invece ha dovuto dirlo.  E’ questo, se vogliamo, l’aspetto positivo della crisi istituzionale in atto nel nostro Paese. Il Re insomma è nudo,  ma anche nient’affatto imbarazzato e pronto a tirare fino in  fondo le leve del potere di cui dispone. Carlo Cottarelli, il nuovo presidente del Consiglio incaricato, è un esperto economista ma soprattutto un alto funzionario del Fondo Monetario Internazionale  che  ha vissuto e lavorato a Washington per 25 anni. Significativamente fu questo anche il caso di Lamberto Dini, poi divenuto nel 1995 il primo presidente del Consiglio “tecnico” della storia della Repubblica italiana con un compito simile a quello che adesso Mattarella ha affidato a Cottarelli.

Sin qui sembra impossibile che il nuovo presidente del Consiglio incaricato possa ottenere la fiducia delle Camere, ma in effetti poco importa. Il suo governo “tecnico”  potrà comunque restare in carica “per gli affari correnti” fino alle inevitabili elezioni anticipate facendo però nel frattempo una quantità di  nomine e assumendo impegni in sede internazionale che condizioneranno pesantemente il governo successivo.  Questo, quale che sarà, dovrà fare i conti con gli ostacoli e i… campi minati che il governo Cottarelli lascerà dietro di sé allo scopo di ridurne se non di vanificarne l’eventuale carica innovativa rispetto all’attuale ordine costituito.  Dall’esame dei fatti risulta evidente che è questo il progetto di cui  il presidente Mattarella ha scelto di farsi carico.

Alle elezioni dello scorso 4 marzo il popolo aveva fatto una scelta grezza ma chiara penalizzando tutti i partiti visti come vecchi pilastri dell’ordine costituito, dal Pd a Forza Italia, e dando grande spazio invece alle due forze anti-establishment, ossia la Lega da un lato e il Movimento 5 Stelle dall’altro. Malgrado la loro eterogeneità questi due partiti si sono visti perciò in certo modo costretti ad allearsi. Anche se prevedibilmente la loro intesa non avrebbe potuto che essere breve, i cosiddetti “mercati” hanno preteso che venisse impedita subito. E così è stato.

Sia chiaro: quella tra Di Maio e Salvini da una parte, e dall’altra i “mercati” e i vecchi partiti, non è una battaglia tra la luce e le tenebre. Dal “Contratto per un governo per il cambiamento” escono intatti non solo il meglio ma anche il peggio della Lega e del Movimento 5 Stelle, ossia lo statalismo pragmatico della prima e lo statalismo autoritario del secondo. Ed emerge l’insufficienza delle risorse umane e culturali che l’una e l’altro sono sin qui riusciti a richiamare nelle loro file. L’Italia avrebbe bisogno di altro, ma comunque non di quello che offre il blocco dei vecchi partiti e dei “mercati”. Come spesso accade nella storia si tratta perciò di scegliere il meglio del peggio, senza perdere la speranza di vedere in un prossimo futuro qualche altra luce in fondo al tunnel.

 

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Dopo il no a Di Maio e Salvini in nome e per conto dei “mercati”: la realtà dei fatti e quello che resta da sperare

  1. Lodovico Forno ha detto:

    Caro Robi
    Sembrerebbe proprio che il cosiddetto mondo liquido rischi di solidificarsi repentinamente. Ovvero tentando di mischiare questi due eventi di segno opposto: le elezioni italiane, con i suoi effetti postumi, e il referendum irlandese si potrebbe leggere quest’ultimo come la fine dell’ultimo atto del politically correct (con scoppio ritardato) ed il primo come l’inizio dell’atto successivo. Il carattere populistico delle elezioni italiane, termine coniato dai media per proiettarvi un ombra negativa (la cosa né conferma il carattere eversivo percepito), sembrerebbe una reazione, popolare che (anche se ingenuamente) desidera emanciparsi, dai limiti imposti da quel potere, che come hai fatto notare ormai é nudo, é visibile. In artiglieria si dice che quando i carri sono in vista la batteria é perduta. Un potere che deve mostrarsi é logoro, nella sua capacitá di controllo della società. Che forse ne vediamo appunto la fine? O il suo inizio della fine?
    Altra riflessione:
    Malgrado vari segnali tra i quali il quasi coinvolgimento di Giulio Sapelli (che definirei amico) nella composizione del governo, noi cattolici (e di CL), restiamo a guardare senza sapere di chi fidarci o di chi diffidare di più.
    E questa battaglia la lasciamo combattere ai “barbari”? Ma il potere della societá liquida non era il nemico? O pensiamo di opporci con modalitá cosí sofisticate che nemmeno noi le comprendiamo, tanto sono difficili?
    Altra riflessione lapidaria sulla politica italiana.
    Chi capisce più il grande comunicatore Silvio Berlusconi?

    Grazie per i tuoi contributi che meritano maggiore eco.

    Lodovico.

  2. Cesare Chiericati ha detto:

    A ben guardare già all’indomani della fine della seconda guerra mondiale le stagioni politiche italiane hanno sempre dovuto fare i conti con vincoli esterni. Il vincolo atlantico ha di fatto imposto all’Italia il cosiddetto “bipartitismo imperfetto” che eternizzava il blocco moderato al potere e quello “rivoluzionario” all’opposizione con in cambio sostanziali poteri a livello regionale e dentro gli apparati della Stato. Non si può dimenticare come gli aiuti americani a De Gasperi nel’47 siano stati condizionati all’esclusione dall’area di governo delle forze social comuniste allora unite. Yalta aveva diviso il mondo in due blocchi e l’Italia, per fortuna ma anche con conseguenze non sempre positive, stava dentro la sfera d’influenza Usa. Non da oggi a quelli più strettamente politico militari si sono sostituiti i vincoli di bilancio nei confronti di un paese come l’Italia gravato da un debito pubblico esorbitante, peraltro costruito in proprio a partire dalla fine degli anni sessanta. e fino ai primi novanta. E’ questa situazione di debolezza strutturale che ci ha fatto poi subire l’ingresso nell’euro a un cambio penalizzante. Se nei venticinque anni successivi il nostro debito pubblico avesse assunto, grazie a politiche economiche più assennate, proporzioni più accettabili – diciamo sul livello francese o anche spagnolo – i vincoli esterni, ineludibili peraltro in un’economia di capitalismo estremo e globalizzato, risulterebbero assai meno stringenti e penalizzanti. Fermo restando ovviamente che la costruzione europea, a prevalente potere tecnocratico, va rivista e ripensata da cima a fondo.

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