La battaglia per la democrazia, che Salvini e di Maio sono riusciti a vincere, e quella ancor più ardua che li aspetta

 Come osservavamo nel nostro precedente commento, un primo aspetto positivo della crisi politica — che dovrebbe concludersi domani pomeriggio con il giuramento del nuovo presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dei suoi ministri — è quello di aver stanato il blocco di grandi poteri economico-finanziari che, coprendosi le spalle con la cosiddetta “Europa”, sfidano apertamente la democrazia in Italia. Adesso è chiaro a tutti che questo blocco c’è, e che occorre guardarsene.

Un secondo aspetto positivo della vicenda sta nel fatto che la Lega e il Movimento 5 Stelle, i due partiti invisi a tale blocco che avevano saputo costruirsi una maggioranza in Parlamento, sono riusciti ad evitare la trappola di un governo “tecnico” ovvero “del Presidente” (cioè al devoto servizio dei grandi poteri di cui si diceva) e infine a dar vita a un governo comunque politico. Un governo che andrà a chiedere la fiducia alle Camere sapendo di poter contare su una sia pur esile maggioranza parlamentare. E’ stata  così salvata la  democrazia; non il “sovranismo” come dicono i giornali e i telegiornali legati a quei grandi poteri, bensì la sovranità popolare.

Riassumiamo per i non pochi lettori che seguono questo sito dall’estero, e spesso da altri continenti,  il carosello di eventi che in questi ultimi giorni si sono susseguiti a Roma. Dopo oltre due mesi di vane trattative per la formazione di un nuovo governo, Lega e 5 Stelle si erano alleati e avevano indicato come presidente del Consiglio a loro gradito un giurista e professore universitario, Giuseppe Conte. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha però rifiutato uno dei suoi possibili ministri, l’economista Paolo Savona. Su di lui, destinato alle Finanze e allo Sviluppo economico, c’era infatti il veto di quei grandi poteri di cui si diceva. Conte è stato perciò costretto a rinunciare all’incarico, e lo scorso 28 maggio a cedere il passo a Carlo Cottarelli, un altro economista anch’egli non parlamentare, ma molto gradito all’”Europa”.

A Cottarelli è stato  chiesto di costruire appunto un governo “tecnico” nel senso che si diceva più sopra. Un governo che non avrebbe certo ottenuto la fiducia delle Camere, ma sarebbe ciononostante rimasto in carica per diversi mesi fino a elezioni anticipate non possibili prima dell’autunno. A questo punto, per evitare il rischio di un tale governo, i leader dei due partiti in ballo, Matteo Salvini della Lega e Luigi Di Maio del Movimento 5 Stelle, hanno rinunciato a Savona come ministro delle Finanze e dello Sviluppo economico ottenendo però per lui l’incarico di ministro per le Politiche europee; e hanno così sorprendentemente rimesso sui binari Giuseppe Conte. Oggi Cottarelli ha rimesso il mandato e  domani alle 16 (ora italiana) Conte dovrebbe entrare in carica dopo il rituale giuramento di fedeltà alla Costituzione.  Il governo che si prospetta (con Matteo Salvini e Luigi Di Maio come vice-presidenti del Consiglio) è una compagine attentamente dosata: un misto di politici e di “tecnici” non senza qualche personaggio…di garanzia per l’”Europa” come innanzitutto il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, vicino a Mario Monti e con esperienza in vari governi di centro-sinistra. Viceversa il nuovo ministro delle Finanze e dello Sviluppo economico, il sin qui sconosciuto Giovanni Tria, professore di economia all’università romana di Tor Vergata,  non solo non è meno euro-scettico di Savona, ma è anche gradito a Forza Italia.

Ciò detto tutti i problemi che c’erano ci sono ancora, ma almeno non si è usciti dall’alveo della democrazia. Al di là di tutti gli aspetti oscuri dei loro programmi politici (che, diciamolo ancora una volta, restano rilevanti) Lega e Movimento 5 Stelle danno rappresentanza a due vaste aree popolari, entrambe trascurate dai partiti tradizionali: soprattutto al Nord con la Lega il mondo delle piccole e medie imprese, gli artigiani, molti operai e impiegati dell’industria in pensione; soprattutto al Sud con il Movimento 5 Stelle, i disoccupati, i sotto-occupati e in genere i tagliati fuori dalla nuova economia non solo post-agricola ma anche post-industriale. Le due aree, dicevamo, hanno in comune l’animosità contro i partiti tradizionali, dal Pd a Forza Italia,  ma poi i loro interessi sono non di rado opposti.  Dando prova di grande abilità politica i due giovani leader Salvini e Di Maio sono riusciti ad aver ragione dei vecchi ma ancora vigorosi dinosauri che erano scesi in campo contro di loro. Resta da vedere se riusciranno a vincere anche la battaglia  ancor più difficile che hanno davanti:  quella di fare sintesi politica delle attese e delle opposte esigenze  che caratterizzano le masse elettorali che rispettivamente rappresentano.

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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