Una lettura per l’estate e qualche riflessione su don Giussani

Ho trovato quello che stavamo cercando — la raccolta di 28 testimonianze sull’incontro con don Luigi Giussani a cura mia e di Giuseppe Zola che Jaca Book ha pubblicato alla fine dell’anno scorso – è molto piaciuta tanto che il libro ha dovuto essere ristampato. Mi permetto di suggerirlo come una possibile lettura per l’estate. E’ tra l’altro un piccolo libro tascabile, che occupa perciò poco spazio. Lo si trova tuttora in libreria. Essendo inoltre acquistabile tramite Amazon e altri servizi commerciali telematici chiunque può procurarselo ovunque egli sia. Mentre lo preparavamo mi domandavo se tali testimonianze potessero interessare anche a chi non aveva mai incontrato né conosciuto don Giussani. Il suo successo ha invece confermato che l’incontro con una personalità del genere non è un’eredità indisponibile da custodire con gelosa nostalgia. E’ invece una risorsa da mettere in comune.

Riguardando in questi giorni il libro – che non contiene la mia testimonianza per le ragioni che ivi si spiegano – mi sono venute in mente alcune cose che riprendo qui. Dirò innanzitutto che più rivado agli anni della mia formazione, così caratterizzata dall’ incontro con don Giussani, più resto ammirato da due cose: per un verso dalla sua fede e dal suo amore per la Chiesa e per l’altro dalla sua capacità di visione. Su di noi suoi primi allievi non lasciò mai trapelare nulla delle miopi resistenze che incontrava dentro la Chiesa in quegli anni, e ci educò sempre alla libera obbedienza, all’incondizionato rispetto e alla simpatia nel profondo per chi ne garantisce l’unità. Solo decenni dopo, leggendo le prime ricerche storiche su Cl, ho scoperto quante fossero tali resistenze; e quali battaglie don Giussani aveva combattuto a due passi da noi senza che ce ne accorgessimo. Mi è così entrata per così dire nel sangue la convinzione che nella Chiesa nessuna causa sia così sacrosanta da valere la “fronda”. Le buone battaglie vanno fatte, ma come le faceva lui.

In un’epoca poi come gli anni ’60 del secolo scorso, quando  in Italia nella cultura e nella scuola l’egemonia marxista era assoluta, mentre il mondo viveva nella guerra fredda e la scena internazionale era totalmente dominata dal braccio di ferro tra Usa e Urss, don Giussani non esitava a dirci che per noi il vero antagonista non era Karl Marx bensì Guido Calogero. Sosteneva che il marxismo sarebbe svanito, ma il pensiero laico-radicale (di cui Calogero era il capofila in Italia) sarebbe rimasto e anzi ne avrebbe preso il posto. Per noi, che tutti i giorni eravamo alle prese con Marx e con il marxismo mentre facevamo fatica anche solo a sapere chi fosse Calogero, questa sua valutazione sembrava quanto meno anacronistica. A me pareva l’esito di una sua troppo lunga permanenza nel mondo chiuso del seminario.

E’  stato invece proprio così: l’Unione Sovietica è sparita dalla scena, il marx-leninismo è svanito, seppur purtroppo dopo ulteriori grandi spargimenti di sangue (basti ad esempio pensare a che cosa fu la Cambogia di Pol Pot che ho ben presente anche perché nel 1979 come inviato nel Sudest asiatico ne vidi le tragiche conseguenze con i miei occhi). E oggi, proprio come don Giussani già negli anni ’60 aveva previsto, l’agenda della cultura laica-radicale borghese è diventata la bandiera da combattimento dei resti dell’intellighenzija di sinistra nonché di quello che fu l’antico movimento operaio socialista e comunista.

Anche se oggi ne sono ovviamente consapevole in modo ben più articolato di quanto mi fosse possibile allora, già in quegli anni mi era chiaro, direi sostanzialmente solo grazie  a don Giussani, quanto e come un punto di vista cristiano fosse radicalmente diverso da un punto di vista “laico”.  Non si trattava, come pensava molta dell’intellighenzija cattolica di allora (e ahimè anche di adesso), di prendere per buona la cultura predominante dell’epoca e poi aggiungerle un… “supplemento d’anima”. Si trattava piuttosto di rendersi conto che il punto di vista era tutt’altro, il che beninteso non preclude affatto il dialogo. La base del dialogo però sono la comune esperienza umana e il suo mistero, sono le fondamentali domande di senso che l’accompagnano. Non invece il presunto “comune dubbio” caro alla cultura di Calogero e dei suoi, che fra l’altro è una finzione, né altro potrebbe essere: senza certezze infatti non solo non si dialoga  ma nemmeno si vive.

Una cosa mi era stata però ben presto chiara: la proposta cristiana era bella e convincente, ma nel futuro prevedibile saremmo sempre stati una minoranza. E in particolare sarebbe stato così nel mondo del giornalismo verso il quale mi avviavo. Peraltro in piena armonia con la sua origine illuministica, la “filosofia” dominante della stampa, quindi dell’odierno mondo della comunicazione, è quanto di più opposto si possa immaginare all’invito a cogliere la realtà in tutti i suoi fattori, quindi al senso religioso. Già lo dimostra la stessa idea corrente di notizia, base dell’intero sistema di comunicazione. Notizia è soltanto qualcosa che costituisce un’improvvisa rottura rispetto a una stabilità. Come il Colosseo o la Colonna Traiana siano giunti fino a noi non fa notizia, mentre ovviamente lo farebbe il loro crollo. Il male, la distruzione sono frutto di energia; il bene, la costruzione invece frutto di inerzia o comunque qualcosa di noioso, che non vale la pena di raccontare. Come tipicamente si vede poi nel caso della legalizzazione dell’aborto, il sistema è  caratterizzato da una straordinaria capacità di censura. Quali che siano i motivi che si vogliono addurre per giustificarlo, sta di fatto che nell’aborto sono in gioco due persone, non una sola. Imporre che nel dibattito si tenga conto e si parli di una sola di esse, ignorando comunque la più debole e indifesa delle due, è uno straordinario caso di censura. Eppure funziona, e una vasta platea di illuminati “progressisti” lo subisce senza batter ciglio.

La storia va piano, e con grande forza d’inerzia. Quel  relativismo senza respiro e senza prospettive, che all’ inizio dell’opera di don Giussani era in Italia cultura diffusa quasi solo nella borghesia, oggi è divenuto una cultura di massa. La gigantesca attività degli ultimi Papi, in quanto non solo capi della Chiesa cattolica ma anche unica grande autorità morale oggi ancora alla ribalta sulla scena del mondo, ha creato le premesse per una futura svolta, ma a livello di massa non ha fermato il processo. E’ un cammino cominciato: una semina tuttavia di cui è ben difficile che le generazioni dei primi seminatori vedano il raccolto. Nella misura però in cui come cristiani si guarda alla vita come a un compito, e alla vita terrena come alla prima tappa di una vita che è eterna già da subito, la cosa non dispiace.

10 luglio 2018

 

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Una lettura per l’estate e qualche riflessione su don Giussani

  1. Cisco22 ha detto:

    Lupi e Vittadini per un po’ di soldi alle imprese cdo il Giuss l’hanno dimenticato appoggiando la legge Cirinna’.

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