La battaglia per la Rai, ma anche tutto il resto

Con le elezioni dello scorso 4 marzo, e con la nascita del governo Lega / 5 Stelle, anche l’Italia è stata raggiunta dall’ onda di un movimento di dimensioni intercontinentali. Un movimento iniziato già prima della vittoria nel 2016 di Trump su Hillary Clinton, ma di cui tale vittoria è stata sin qui il culmine, e perciò anche un forte ulteriore volano. I commentatori ad esso ostili lo bollano in vari modi, parlando di forze “anti-establishment”, di populismo, di sovranismo e così via.

Con buona pace dei suoi detrattori, e pur senza ignorarne i lati oscuri, si tratta di un moto popolare sostanzialmente sano: di una specie di “insorgenza anti-giacobina” contro l’ordine costituito borghese-progressista, culturale prima che politico, che i vincitori della Seconda guerra mondiale e poi della Guerra fredda imposero al mondo.  Beninteso, un ordine costituito nient’affatto monolitico, ma ciononostante organico; un ordine in cui una grande “destra” e un’ altrettanto grande “sinistra” da un lato si scontravano l’una contro l’altra con alterne fortune, ma dall’altro nell’ insieme mantenevano saldamente il controllo del ring.

Una conferma interessante di tale stato di cose è venuta in questi giorni dalla furiosa reazione dell’intero vecchio schieramento, da Forza Italia al Pd, alla notizia che il nuovo governo aveva designato Marcello Foa alla presidenza della Rai. Nell’acquario della televisione italiana nuotano pesci di ogni colore. Non è quindi il suo profilo politico-culturale a rendere insopportabile Foa a tutta la variopinta schiera scesa in campo contro di lui. Ciò che in effetti gli si rimprovera (senza avere il coraggio di dirlo) è che non è stato pescato in quell’acquario. Viene da fuori, non fa parte della nomenklatura, non si sa per così dire quale sia il suo peso specifico; e quindi quali e quanti contrappesi si possano chiedere in cambio dell’assenso alla sua nomina. Non si  sa insomma come tenerlo a bada.

Si prospettano ora altre analoghe nomine che potrebbero essere nella medesima direzione. Sarà interessante vedere come andrà a finire; se cioè questo governo riuscirà a dare colpi significativi al muro dell’establishment nella vasta area delle alte cariche degli enti la scelta dei cui vertici è di sua competenza. Nell’ambito più specificamente politico invece è arduo che possa mai fare qualcosa di sistematico e di rilevante. In tale ambito infatti pesa la totale eterogeneità delle realtà sociali che i due partiti rappresentano. Come ben si vede nel caso della Tav, ma non solo, la Lega dà per lo più voce al mondo dell’economia produttiva mentre nel Movimento 5 Stelle si ritrova il mondo di chi vive (o spera di vivere) di spesa pubblica, nonché l’inquieta galassia dei tagliati fuori dalla globalizzazione. Non appena si va a toccare il cruciale tema del rilancio dell’economia italiana, se fa qualcosa di preciso questo governo si spacca. Quindi cercherà il più a lungo possibile di dare colpi a tutti i cerchi e a tutte le botti.

Farà qualcosa di più in politica estera, dove l’eterogeneità di cui si diceva conta meno, ma in un quadro sostanzialmente difensivo: ricerca dell’appoggio degli Usa di Trump contro l’egemonia franco-tedesca in sede europea, difesa degli interessi italiani in Libia contro gli appetiti della Francia e così via: qualcosa certamente di necessario, ma nient’affatto di sufficiente.  Manca, o se c’è finora non se ne vede traccia, un’idea attiva e positiva delle relazioni internazionali. Manca la capacità di cogliere le enormi potenzialità che avrebbero per il nostro Paese da un lato un’attenzione specifica all’Europa danubiana e dall’altro un impegno per la stabilizzazione e lo sviluppo del Levante e dell’Africa sub-sahariana.

30 luglio 2018

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a La battaglia per la Rai, ma anche tutto il resto

  1. Cesare Chiericati ha detto:

    Il pezzo sembra avallare come buono o meno peggio il metodo spartitorio delle nomine Rai fin quì praticato dai vincitori elettorali di turno: da Forza Italia al PD passando per la Lega fin dai tempi di “Roma ladrona”. Per tacere di quanto accadeva nella cosiddetta prima Repubblica tra DC, PCI e PSI. Il tanto sbandierato “governo del cambiamento”, in realtà un condominio per ora a parità di millesimi, si è adeguato di buon grado al trend storico anziché cercare, almeno a livello di progetto, di tendere verso una Rai diversa, sul modello della BBC britannica dove un’autorità condivisa e indipendente detta le regole e governa le scelte. Un’utopia per l’Italia, un paese dove i valori condivisi continuano ad essere più che altro un espressione retorica. E allora non resta che la strada della dismissione del grande carrozzone assegnando a una rete, in toto, il servizio pubblico con le entrate del canone e senza pubblicità mentre le altre due reti potrebbero essere utilmente privatizzate. Il ricorrente carosello delle nomine ne uscirebbe ridimensionato; sparirebbe l’anomalia di un’azienda che drena contemporaneamente risorse pubbliche e private con evidenti condizionamenti dettati dalla pubblicità nei suoi palinsesti. Forse ci sarebbe più concorrenza (?) in un mercato di fatto oligopolistico nonostante le centinaia di canali irrilevanti disponibili.

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