Dopo Salisburgo. Europa sì, ma quale? Di certo non questa

Quello che si è concluso oggi a Salisburgo tra i capi di Stato e di governo dell’Unione Europea era un vertice informale. Ciò significa che la riunione aveva un ordine del giorno sullo spunto del quale scambiarsi delle idee, ma non l’impegno a giungere a decisioni precise ed impegnative. E in tal senso non era perciò prevista la pubblicazione di alcun comunicato al termine dei lavori. Ciò ha paradossalmente reso l’incontro ancora più interessante dal punto di vista politico. Non avendo infatti l’obbligo di arrivare comunque alla firma congiunta di un comunicato finale i 28 leader hanno potuto manifestare molto più liberamente le loro rispettive posizioni.

Dal vertice è emerso pertanto un quadro chiaro dell’attuale situazione dell’Europa o più precisamente dell’Unione Europea. Di buono c’è appunto che il quadro è chiaro; di cattivo è che la situazione è chiaramente disastrosa. E questo non tanto  per gli esiti immediati del vertice, che anzi sono migliori di ciò ci si sarebbe potuto attendere, quanto per il vuoto di idee e di visione che lo ha caratterizzato. Si potrà anche dire che questa non è una novità, ma solo la conferma di una situazione che è tale da anni. Il  problema è però che frattanto il mondo non sta cessando di cambiare, e ciò rende l’inerzia dell’Europa sempre meno sostenibile non soltanto per l’Europa stessa ma per tutto il mondo.

Mettere in agenda, come si è fatto, nella sostanza soltanto la questione delle immigrazioni irregolari e dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione significa chiudersi dentro un perimetro difensivo di corto respiro. L’affronto di queste due questioni deve certamente avere tutta l’importanza tattica che merita. Tuttavia, malgrado tutto ciò che giornali e telegiornali oggi raccontano, le priorità strategiche sono ben altre. Come persino il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, fedele portavoce degli gnomi di Bruxelles, ha dovuto riconoscere, per quanto concerne i flussi immigratori di cui si diceva “nonostante la retorica aggressiva, le cose si stanno muovendo nella giusta direzione”. E i risultati finora ottenuti si devono “principalmente al fatto che ci siamo concentrati sul controllo delle frontiere esterne e sulla cooperazione con i Paesi terzi, che ha ridotto il numero di migranti irregolari da quasi 2 milioni nel 2015 a meno di 100mila quest’anno”.  Il problema insomma è stato affrontato e si è ormai lontani dalla fase dell’emergenza E ciò grazie al fatto che in fin dei conti, mentre si mettevano alla gogna i “cattivi” schierati contro l’afflusso caotico e incontrollato dei migranti, nella realtà delle cose si sono messi in atto le politiche e i controlli che essi proponevano; politiche e controlli che con le sue quattro richieste (maggiori investimenti in Africa, riforma del trattato di Dublino, revisione dell’operazione Sophia, riforma dell’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne dell’Unione ) l’attuale governo italiano chiede ora di perfezionare.

Di certo andrà poi a finire che verrà di fatto accolta anche la ragionevole proposta, avanzata a Salisburgo dal premier italiano Conte, che i Paesi non disponibili ad accogliere migranti irregolari sul proprio territorio contribuiscano perciò finanziariamente alle spese in materia dei Paesi che li accolgono. Ci sono Paesi, come tipicamente quelli dell’Europa orientale, che per motivi storici e culturali non possono accogliere in massa migranti dall’emisfero Sud senza provocare al loro interno contraccolpi economici e sociali insostenibili. Paesi che invece stanno accogliendo in gran numero migranti provenienti da Stati vicini, come ad esempio la Polonia dall’Ucraina, senza che di ciò il resto dell’Ue tenga alcun conto. Mi sembra pertanto ragionevole non pretendere che accolgano anche migranti dal Sud ma invece contribuiscano alle spese di chi li accoglie.

In quanto poi all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, così forte e vasta è l’integrazione tra l’economia britannica e quella del resto dell’Europa che tanto dal lato di Londra quanto da quello di Bruxelles, il problema verrà sempre più ridimensionato dalla forza delle cose.

Nessuno invece ha pensato di porre a Salisburgo la grande  questione di fondo: quella del posizionamento dell’Unione Europea nel nuovo ordine internazionale che si sta delineando. Ricordiamo ancora una volta che l’Europa, area di cruciale importanza socio-culturale e mercato ad alto sviluppo di oltre 500 milioni di abitanti, non può starsene da parte aspettando di vedere come andrà a finire. Ha dimensioni tali per cui se non diventa un grande protagonista diventerà una grande preda. Censurandone l’identità e ignorandone la storia (di cui il cristianesimo è un elemento-chiave) per farne un docile gigante economico non solo se ne è indebolita l’economia ma la si è anche trasformata in un nano politico. Prima che sia troppo tardi bisogna cambiare strada.

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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