Governo: quello che gli manca e che non può farsi da sé

La storia infinita – che soltanto la sua ineludibile drammaticità impedisce di definire comica – del decreto riguardo al ponte di Genova, e la guerra  tra i partiti al potere e larghi settori della burocrazia ministeriale attorno alle scelte in tema di bilancio dello Stato,  danno tutta la misura della sconfortante impotenza cui possono ridursi delle forze politiche che, pur avendo vinto le elezioni, non si sono attrezzate per tempo al ruolo di governo.

Che un governo con un programma nuovo e diverso debba fare i conti con gli esperti, e con l’alta burocrazia a lungo cresciuta all’ ombra dei governi di altro orientamento che l’ hanno preceduto, è semplicemente ovvio. Per delle forze politiche che mirino a grossi cambiamenti il consenso popolare è necessario ma non sufficiente. Occorre pure che si attrezzino mobilitando per tempo adeguate équipe di esperti (davvero tali, non semplicemente  “parcheggiati” in tale ruolo  in attesa di trasformarsi in politici) nonché adeguati centri di studio e di ricerca da cui vengano idee e progetti ben elaborati. Se questo manca, come evidentemente è nel caso della Lega e dei 5 Stelle, il nuovo governo finisce per divenire comunque ostaggio degli esperti e dei “tecnici” ministeriali che già ci sono. Grazie a costoro rientrano dalla finestra le vecchie forze uscite dalla porta a seguito della sconfitta elettorale.

La consistente e rapida caduta della pressione fiscale, primo punto del programma elettorale della Lega, e il cosiddetto reddito di cittadinanza, primo punto del programma elettorale dei 5 Stelle, sono tanto impraticabili quanto tra loro incompatibili in assenza di una radicale riforma sia dell’amministrazione statale che del sistema fiscale. Entrambe sono però imprese gigantesche che non si possono affrontare seriamente se non sulla base di un lungo e complesso studio. E ciò vale altrettanto per tutti gli altri grandi problemi italiani di cui si parla troppo poco. Quello dell’energia, tanto per fare un altro esempio, che da noi costa molto di più che in altri Paesi nostri concorrenti. Visto che tale studio non è stato fatto prima, è urgente che i due partiti cerchino adesso di rimediare al più presto a tale lacuna. Frattanto  non possono fare altro che temporeggiare. E, pur fra i tanti squilli di tromba che in queste ore accompagnano il varo del progetto di bilancio dello Stato per il 2019, in sostanza sarà poi quello che faranno; tanto più che per il momento non possono fare altro.

A monte di tutto  c’è peraltro un grande problema preliminare che in ogni caso eccede la sfera del potere. Prima di essere politica ed economica la crisi in cui ci troviamo è antropologica: è qualcosa che non si può risolvere innanzitutto politicamente, né tanto meno innanzitutto economicamente. Ed è peraltro solo il capitolo italiano di una crisi ormai planetaria.  In fin dei conti è questo che la rende così difficile.

Lo dimostra la cruciale questione del declino demografico che è il primo motore della crisi economica, ma ha radici le quali vanno ben oltre l’economia. Altrimenti non si comprenderebbe come mai nell’ Italia del 1944, catastroficamente squassata dalla guerra e con 20 milioni di abitanti in meno di quelli di oggi, nacquero più bambini che nello scorso anno.

In tale situazione diventa fra l’altro importante allungare lo sguardo al là dei limiti dell’attuale ordine costituito della cultura politica del nostro Paese.  Imboccata questa strada, la prima e più imponente realtà in cui ci si imbatte in Italia è la visione del mondo cristiana cui fa in vario modo riferimento quasi la metà degli italiani. E’ una presenza largamente sommersa, perché censurata  dall’ odierno ordine costituito della cultura e della comunicazione di massa, ma reale.

Ponendosi in un orizzonte da cui l’esperienza cristiana non sia esclusa che cosa può saltar fuori oggi di buono per tutti? Vale certamente la pena di domandarselo. Si tratta in sostanza di prendere laicamente le mosse da un originale ma trascurato patrimonio di esperienze e di idee per lo più ignorate dalla storia ufficiale e dalla cultura dominante: qualcosa che come un fiume carsico ha fatto il suo cammino sotto la superficie dell’età moderna venendo poi raccolto e riproposto in documenti noti come “dottrina sociale della Chiesa”. Il nome, di sapore un po’ ottocentesco, con cui questo corpus di documenti è noto non rende ragione della sua attualità e dell’ampiezza dei suoi orizzonti, che attengono ormai alla sfera non solo del sociale ma a quella del civile e del politico in genere.

La dottrina sociale della Chiesa non è affatto un modesto testo divulgativo per uso interno, come molti pensano con una presunzione che solo l’ignoranza rende possibile. E’ un pensiero che merita l’interesse di qualsiasi persona di buon senso e di buona volontà: un corpus ove sempre si ritrova l’ampio respiro di un organismo unico per la sua presenza in ogni parte del mondo e per la sua bimillenaria e vastissima esperienza storica.

E’ un apporto da cui — avendo scelto quale propria cultura ufficiale l’illuminismo autoritario di Jean-Jacques Rousseau — il Movimento 5 Stelle si autoesclude. Non così la Lega, cui converrebbe tenerne conto.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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