Riusciranno Di Maio e Salvini ad andarsi a riprendere il cappello che hanno lanciato al di là del muro?

Di Maio e Salvini hanno lanciato il cappello al di là del muro, e ora devono andarselo a riprendere. Questo vecchio modo di dire irlandese spiega bene, mio avviso, la situazione in cui il governo giallo-verde si è messo lo scorso 27 settembre quando ha approvato la Nota di aggiornamento del Def ( Documento di economia e finanza) che innalza al 2,4 per cento del Pil il limite del deficit del bilancio dello Stato per il 2019.

L’obiettivo proclamato è quello di innescare così  la crescita che occorre non solo perché possiamo stare tutti quanti un po’ meglio ma anche per riassorbire nel breve-medio periodo sia il maggior debito pubblico che ne deriverà e sia un po’ di quello che già c’è. In tale prospettiva le ulteriori risorse così generate verranno spese da una parte per ridurre un poco la pressione fiscale, innanzitutto sui redditi d’impresa più bassi e incerti, e dall’altra per stimolare i consumi grazie alla concessione del “reddito di cittadinanza”. A tale cosiddetto reddito (in effetti un puro e semplice sussidio) avrà diritto chi vive in miseria perché involontariamente disoccupato.  Altre risorse per queste opere di bene dovrebbero provenire da riduzioni della spesa pubblica.

Di fronte a così buone intenzioni come non essere d’accordo?  Quando però dal “che cosa” si passa al “come”  il quadro  cambia. Come faranno Di Maio e Salvini ad andarsi a riprendere il proverbiale cappello al di là del muro con un’amministrazione statale sgangherata e inefficiente come quella che abbiamo? In realtà senza una rapida e radicale riforma di tale amministrazione i provvedimenti di cui si parla o in pratica non verranno attuati o lo saranno in modo lento, confuso e distorto. Quindi i soldi verranno spesi senza affatto provocare gli stimoli allo sviluppo che ci si attendono.

Oggi come oggi la nostra burocrazia blocca rapidamente l’eventuale carica innovativa di qualsiasi nuova norma sommergendola sotto una montagna di carta. Senza dubbio è urgente perciò porre mano a una riforma generale dell’amministrazione dello Stato. Frattanto, se si vogliono migliorare le cose  in tempi brevi, occorre puntare non tanto sul varo di nuove leggi e nuovi regolamenti quanto sull’ abrogazione di norme in vigore. Non si stenta ad immaginarsi sotto quale giogo di adempimenti e di controlli dovranno passare le “partite IVA” con un fatturato compreso entro il limite al di sotto del quale l’aliquota fiscale sarà più bassa. Sarebbe molto meglio avere il coraggio di stabilire puramente e semplicemente che per tutte le imprese i primi x mila euro di fatturato annuo sono soggetti a tale aliquota. Il privilegio (per loro minuscolo) così concesso alle imprese più grandi sarebbe largamente compensato dal minor costo relativo delle procedure per le imprese più piccole, nonché dal risparmio del  costo del controllo da parte dello Stato. Si tratta insomma di procedere a una potatura ragionata di interi provvedimenti ovvero di singole norme così da provocare indirettamente un accorciamento e una semplificazione delle procedure.

Si tratta anche di avere il coraggio di non far entrare in vigore una legge in un certo territorio fino a quando ivi non è pronto l’apparato amministrativo che deve attuarla. Nel caso del “reddito di cittadinanza” ad esempio fino a quando non si è in grado di offrire in quel territorio occasioni di lavoro ai disoccupati che lo richiedono (occasioni di lavoro che possono anche consistere nella frequenza con profitto di buoni corsi di riqualificazione professionale); e di assicurarsi che tali proposte sia state o accettate o rifiutate con fondati motivi. O il cambiamento promesso arriva fino a novità del genere o i due pur giovani e dinamici vice premier non riusciranno a scavalcare il muro e a riprendersi il proverbiale cappello di cui si diceva.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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