L’anglicizzazione dell’italiano: un pessimo segnale

L’anglicizzazione dell’italiano corrente: un grave caso di inquinamento cui vale la pena di porre rimedio con urgenza”, scrivevamo nell’ormai lontano 6 novembre 2011 in una nota  che si ritrova anche in questo sito.  Da allora ad oggi tale processo non soltanto non si è fermato ma anzi non cessa di procedere. Con conseguenze talvolta persino comiche ma nella sostanza sempre più preoccupanti.

Mentre dunque la cronaca politica nazionale non offre altro che conferme di quanto già scrivevamo qualche giorno fa (cfr. “Riusciranno Di Maio e Salvini ad andarsi a riprendere il cappello che hanno lanciato al di là del muro?, 1 ottobre 2018) cogliamo l’occasione per ritornare sull’argomento.

Ormai non soltanto a quasi ogni nuovo prodotto o servizio viene dato un nome in inglese ma anche sono una crescente miriade le parole inglesi che vanno senza motivo alcuno a sostituire parole italiane: dalla pallavolo che diventa volley alla revisione della spesa che diventa spending rewiew.  Per non parlare del linguaggio delle reti sociali telematiche, social, dove dilaga un lessico di parole inglesi per di più quasi sempre sfasate rispetto al loro significato originale. E che dire poi di aziende artigiane con un mercato certamente non mondiale che dalle fiancate dei loro furgoni definiscono e reclamizzano in inglese (spesso maccheronico)  servizi di lavanderia, di pulizia, di manutenzione edilizia e di consegna di generi alimentari?

Che la questione non faccia notizia né nel mondo della cultura né in quello della politica è un ulteriore segno della sua gravità. Si tratta, come dicevamo, di un grave caso di inquinamento. Mentre si dedicano, e giustamente, tempo ed energie al problema dell’ inquinamento ambientale non si capisce perché non si faccia lo stesso con riguardo a quello  che si può ben definire un inquinamento culturale.

Si tratta di un fenomeno che provoca gravi danni  da vari punti di vista. In primo luogo questa alluvione di termini inglesi è causa ma anche effetto di una perdita di massa della capacità di concettualizzare, e perciò di pensare autonomamente. Per tradurre infatti devo essere in grado di cogliere il concetto: solo così sono in grado di andare a scegliere nel lessico della lingua in cui voglio tradurre la parola equivalente a quella della lingua da cui voglio tradurre. Chi perde la capacità di concettualizzare diviene mentalmente una specie di “paria” che non sa più riflettere ma quasi soltanto reagire a stimoli esterni; viene perciò condannato  a un ruolo subalterno in ogni ambito.

In secondo luogo tale fenomeno non è affatto di aiuto ma anzi di ostacolo a un buon apprendimento dell’inglese. Questo non solo perché la maggior parte delle parole inglesi che entrano nell’italiano semanticamente si deformano assumendo significati distorti e ristretti rispetto a quelli originali, ma anche perché una conoscenza forte della propria lingua materna è condizione necessaria per l’adeguato apprendimento di una lingua straniera. Perciò è tra l’altro maldestro, anche se benintenzionato, il dilagare di forme di insegnamento precoce dell’inglese nelle scuole primarie e addirittura in quelle materne.

In terzo luogo l’enfatizzazione dell’inglese come onnipresente prima lingua straniera la fa percepire dagli scolari e studenti come unica lingua straniera che merita di venire imparata, il che è un grave equivoco. In 12-13 anni di scuola si potrebbero in effetti imparare 3-4 lingue straniere se venissero insegnate come si deve. Studiare una lingua per 12-13 anni è una perdita di tempo. In tre anni una lingua si può e si deve imparare quanto basta per cominciare a usarla e per cominciare a leggerla Nel mondo globalizzato in cui viviamo si deve più che mai puntare al pluriliguismo (che tra l’altro nel passato fu spesso cosa del tutto normale). Ciò è tanto più importante per chi, come noi, vive nel mondo euro-mediterraneo, che un mosaico di lingue e di culture.

Concludendo c’è poi da mettere in luce quanto sia controproducente il dilagare di nomi in inglese di aziende italiane e di marchi in inglese di prodotti italiani offerti sul mercato internazionale. Se è vero come è vero che lo stile italiano è lo specifico valore aggiunto dei nostri prodotti, quei nomi e quei marchi sono un pessimo segnale. Danno infatti l’impressione che noi per primi crediamo poco proprio a quello specifico valore aggiunto che andiamo a proporre.

 

 

 

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a L’anglicizzazione dell’italiano: un pessimo segnale

  1. Daniela ha detto:

    concordo in pieno. Si è assistito a un progressivo snaturamento del vocabolario italiano non solo da parte delle nuove generazioni, ma anche della fascia media di età che si esprime in una sorta di mescolanza di vari idiomi nei vari contesti quotidiani,lavorativi e non, con la prevalenza di espressioni anglosassoni, quasi a dimenticarsi che al di là di “pizza” e “pasta”, americani, inglesi tedeschi e francesi non si sognerebbero di italianizzare la loro lingua. Mi duole dirlo, ma il tanto chiasso fatto tempo addietro per quel “petaloso” è un controsenso rispetto allo scarso mantenimento dei termini italiani, sia quando esistono già per esprimere efficacemente il senso, sia nella scelta di neologismi qualora un termine straniero non avesse ancora una traduzione corrispondente. D’Annunzio si rigirerà nella tomba.
    Saluti.

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