Da Brasilia a Roma passando per Bruxelles: il buono dell’ondata internazionale di risentimento contro la sinistra storica e l’urgenza di una sua purificazione

La vittoria del liberale Jair Bolsonaro sul laburista Fernando Haddad al primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile conferma che l’ondata internazionale di risentimento contro la sinistra storica continua la sua corsa. Ormai da qualche anno nelle democrazie dei più diversi Paesi del  mondo gli elettori puniscono sistematicamente i partiti in vario modo eredi del socialismo marxista e/o del progressismo borghese del secolo XX. Il processo è iniziato già prima della vittoria di Donald Trump su Hillary Clinton, ma ovviamente  da tale episodio ha ricevuto una spinta potente.

Ogni volta e in ogni Paese i buoni motivi specifici non mancano. Non riescono però a spiegare come mai nei più differenti contesti, dalle Filippine all’India, dalla Polonia all’Ungheria, dall’Italia alla Svezia, dagli Stati Uniti al Brasile, escono battuti i candidati suggeriti e sostenuti dall’ordine costituito mass-mediatico, dall’intellighenzija e dalle nuove gigantesche  multinazionali dell’epoca del web. E viceversa gli “impresentabili” vanno al governo. Di fronte a quanto sta accadendo il disorientamento dei giganti sconfitti è quasi patetico. Si veda, tanto per restare sotto casa, il vano agitarsi dell’imponente flotta di mass media schierata in Italia contro l’attuale governo: da La Repubblica e dalla vasta corona dei giornali suoi satelliti fino a SkyTv e alla rete televisiva La7 passando per la miriade dei conduttori di trasmissioni meridiane e pomeridiane sia della Rai che della quasi totalità delle radio private. Come un pugile “suonato” questo pur così imponente coacervo di forze tira ormai pugni nel vuoto. Più spara a palle incatenate contro Di Maio e Salvini, cogliendo al volo ognuna delle loro quotidiane smargiassate e impertinenze, e più i sondaggi registrano la crescita del consenso popolare al loro governo e ai loro partiti.

Se, come oggi appare probabile, il fenomeno verrà confermato alla scala continentale dall’esito delle elezioni europee della prossima primavera questa svolta — di cui già in precedenti occasioni abbiamo parlato come di una specie di insorgenza anti-giacobina alla scala planetaria — segnerà definitivamente il ribaltamento della geografia politica delle democrazie così come si era definita al compiersi della rivoluzione industriale. Volendo per una volta ancora usare la vecchia e superata terminologia di un tempo diremo che in sostanza il popolo va a destra e le élites vanno a sinistra. E’ un processo storico a ben vedere tanto positivo quanto preoccupante. E’ positivo nella misura in cui ci libera dall’egemonia di quel progressismo astratto, radicale e in sostanza autoritario di cui, ad esempio in Italia, La Repubblica è la nave ammiraglia. E’ preoccupante nella misura in cui  i suoi antesignani, ubriacati dal loro successo politico, cessano o non iniziano tutto il lavoro di raccolta e di approfondimento di idee e di studi, nonché di mobilitazione di competenze e di alleanze culturali, mancando il quale il consenso che hanno raccolto non può che finire sprecato e disperso.

E’ invece proprio questo il rischio che sta correndo in Italia l’attuale governo. Da un lato senza raccogliere adeguate competenze e senza un conseguente poderoso lavoro di analisi e poi di riorganizzazione dello Stato diventa impossibile trasformare in fatti concreti delle promesse elettorali radicalmente innovative come quelle  in base alle quali Lega e 5 Stelle hanno vinto le elezioni della primavera scorsa.  Per un po’ si può andare avanti a colpi di “twitter”,  ma poi la realtà presenta il conto.  E’ istruttivo il caso del  viadotto Morandi a Genova, che rischia di diventare ogni giorno di più il segno premonitore di un fallimento politico alla scala nazionale.

Dall’ altro lato poi, come le insorgenze anti-giacobine di oltre due secoli fa, anche questa è una rivolta dove c’è di tutto; non solo il limpido ma anche il torbido, non solo il popolare ma anche il reazionario. Un processo storico è appunto un processo, ossia innanzitutto qualcosa che accade,  non qualcosa che viene posto in moto e tenuto in movimento da qualche singolo soggetto per potente che sia. Se però all’ interno di esso non si pone mano a una purificazione delle idee e degli obiettivi diventa molto probabile che anche  il movimento anti-giacobino di oggi faccia la fine di quello di un tempo: finisca cioè non di mettere fuori gioco il suo avversario bensì di aprigli la strada a una sua continuazione in nuove forme.

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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