Europa, gasdotti e Mediterraneo: la grossa carta in mano all’Italia di cui non parla nessuno

L’Italia e i gasdotti del Mediterraneo, Corriere del Ticino, 10 ottobre 2018

Una cruciale partita politico-diplomatica — di cui ben poco si parla — è in corso nel Mediterraneo. La posta in gioco sono i nuovi grandi gasdotti diretti da sud e da sudest verso il mercato europeo,  e l’Italia vi riveste un ruolo di protagonista. Per motivi non solo geografici ma anche storici l’Italia è all’avanguardia nel settore. Basti dire che risale al 1983 l’inaugurazione del gasdotto Transmed, oggi noto anche col nome di gasdotto Enrico Mattei: un impianto lungo complessivamente 2475 chilometri dall’Algeria all’alta Italia attraverso la Tunisia che tocca il territorio italiano in Sicilia dopo aver percorso 370 chilometri sul fondo del Mediterraneo.

E’ poi dell’Eni anche il grande gasdotto Green Stream posato sul fondo del mare per 520 chilometri da Mellitah in Libia a Gela in Sicilia. Inaugurato nel 2004 non ha mai smesso di funzionare, venendo chiuso per prudenza solo per brevi periodi, nemmeno nel pieno della recente guerra in Libia. Ha una capacità di trasporto di 11 miliardi di metri cubi di gas all’anno.

La Russia — che attraverso il North Stream, un gasdotto posato sul fondo del Mar Baltico, rifornisce direttamente la Germania — con il South Stream aveva fatto all’Italia una proposta in certo modo analoga. Posato sul fondo del Mar Nero, il South Stream dalla Russia avrebbe dovuto raggiungere la Bulgaria e infine l’Italia attraverso la Grecia e il Mar Jonio tagliando fuori l’Ucraina e anche l’Albania. Con la realizzazione di questo gasdotto la Russia sarebbe stata in grado di divenire il primo fornitore di gas naturale non solo della Germania ma anche dell’Italia e del Sud Europa in genere; quindi il primo e principale fornitore dell’Unione Europea tout court. Proposto da Mosca a Roma nel 2006, il South Stream venne poi abbandonato nel 2014 nel quadro delle sanzioni contro l’intervento russo in Ucraina. Tante e tali avrebbero potuto essere le conseguenze strategiche di un tale sviluppo che c’è da domandarsi se la crisi ucraina non sia stata fatta scoppiare ad arte. Se cioè non si sia trattato di una trappola che qualcuno ha teso a Mosca per provocarla all’intervento e conseguentemente giustificare le  sanzioni.

Nel 2013 era stato frattanto abbandonato il progetto del gasdotto Nabucco Ovest che avrebbe dovuto trasportare fino in Austria gas proveniente dall’Azerbaigian e dal Kasakhstan passando attraverso la Turchia, la Bulgaria e alcuni Paesi danubiani. Il Nabucco Ovest avrebbe quindi aggirato l’Italia. Roma vi si è perciò opposta schierandosi per il progetto del Gasdotto Trans-adriatico, chiamato Tap dalle iniziali del suo nome in inglese (Trans-Adriatic Pipeline).

Lungo 870 chilometri e con una portata di 10 miliardi (aumentabili fino a 20 miliardi) di metri cubi di gas all’anno, il Tap, che a questo punto è l’unico nuovo progetto rimasto sulla scena, è il terzo segmento di un gasdotto che inizia nell’Azerbaigian, attraversa la Turchia, la Grecia e l’Albania, passa sul fondo dell’Adriatico e tocca infine il territorio italiano a Melendugno, un comune della provincia di Lecce (Puglia). Mobilitazioni di ambientalisti, sostenuti dal governo regionale, schierati contro i danni che il passaggio del gasdotto avrebbe a loro dire provocato ai locali uliveti non sono sin qui bastate a fermarne i cantieri. Centinaia di olivi sono stati espiantati e trasferiti in appositi vivai con l’impegno che a lavori finiti verranno poi ricollocati là dove erano.

Frattanto Algeri ha proposto a Madrid un potenziamento del gasdotto Medgaz che collega l’Algeria alla Spagna passando anche qui sul fondo del mare. Nel medesimo tempo ha poi avviato analoghi lavori sul GME, un altro suo gasdotto che raggiunge la Spagna attraverso il Marocco e lo stretto di Gibilterra. L’obiettivo è di portare la capacità dei due gasdotti dagli attuali 14,5  a 18 miliardi di metri cubi all’anno.

Per ovvie ragioni il mercato costituito da un’economia avanzata di oltre 500 milioni di abitanti, come è quella europea, fa gola a tutti i grandi Paesi esportatori di gas naturale; oggi persino agli Stati Uniti che ormai lo sono divenuti anch’essi grazie allo shale gas. Tutti vogliono vendere gas all’Europa. Per l’Unione Europea, e di riflesso anche per i Paesi europei che non ne fanno parte, quello che perciò si pone non è il problema di come rifornirsi di energia bensì quello di evitare di venire eventualmente condizionati dai grandi fornitori. In questa prospettiva è importante poter disporre da una rete bilanciata di gasdotti da varie direzioni. La costruzione del Tap va positivamente vista in tal senso. Ben meglio sarebbe se poi l’Unione Europea giungesse ad avere la consistenza politica che invece finora non ha. Frattanto però l’Italia, cui la Commissione Europea ha ufficialmente riconosciuto un “ruolo importante nella creazione di un hub del gas nel Mediterraneo”, ha comunque molte carte da giocare. Questo tanto più considerando che in Egitto l’Eni ha in concessione Zohr, il più grande giacimento di gas mai sin qui scoperto nel Mare Nostrum.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Europa, gasdotti e Mediterraneo: la grossa carta in mano all’Italia di cui non parla nessuno

  1. Cisco22 ha detto:

    Sig. Ronza, x valorizzare tutto ciò l’Italia dovrebbe strutturarsi diversamente. Con una Repubblica presidenziale, tale da garantire stabilità alla politica energetica/estera. Ma come fare se è stata delegata la competenza sull’energia alle regioni? E con le varie magistrature regionali a fare da impiccio, vedi il caso puglia. Occorrerebbe che le regioni riconoscessero il valore strategico nazionale di tale competenza e lo trasferiscano allo stato centrale. E dopo i sussidiaristi e secessionisti come lei come si sentirebbero se dovessero riconoscere l’Italia come comunità nazionale e non più come l’orco cattivo?

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