Quattro novembre: l’inutile strage e l’equivoco dell’Unità d’Italia

Cento anni fa, il 4 novembre 1918, con la resa dell’Austria-Ungheria all’Italia iniziò a finire la Prima guerra mondiale. Seguì, l’11 novembre, la resa della Germania con cui l’immane conflitto si concluse. Al di là della stanca retorica delle celebrazioni ufficiali, ma anche di manifestazioni di protesta del tutto strumentali, il centesimo anniversario dell’evento, che perciò nel nostro Paese si celebra oggi, merita qualche riflessione.

Come giustamente papa Benedetto XV già all’inizio del conflitto aveva denunciato nel 1914 e poi nel 1917, quella guerra fu “un’inutile carneficina”, “un’inutile strage”. In particolare nella sua allocuzione del primo settembre 1917  Benedetto XV fece un’articolata proposta di soluzione del conflitto tramite negoziati. Di ciò quasi nessun libro di testo di storia parla. E quei pochissimi che ne parlano si limitano di regola a citare tali parole del Papa come un appello nobile ma astratto, per così dire dovuto. Era invece un ragionevole e realistico progetto che purtroppo venne accolto soltanto dall’imperatore Carlo d’Asburgo (che Giovanni Paolo II proclamerà poi beato nel 2004), succeduto nel 1916 al defunto Francesco Giuseppe. In Italia Benedetto XV venne perciò addirittura accusato di “disfattismo”, e il generale Cadorna arrivò ad affermare che per questo avrebbe dovuto essere impiccato. Mi si permetta di dire che, almeno a mia conoscenza, l’unico testo che di ciò non si dimentica è Narrare la storia, il manuale per le scuole medie (secondarie di primo grado) edito da Itaca Libri anche a mia cura.

In quell’ epoca esistevano già le mitragliatrici ma non i carri armati (che comparvero, ma ancora pochi e con molti difetti solo alla fine della guerra). Le fanterie, che in quel tempo non disponevano nemmeno di mortai, andavano all’ assalto senza alcuna protezione e senza poter sparare durante l’avvicinamento alle linee nemiche. Perciò ogni assalto si risolveva in una strage. E anche quando la posizione nemica veniva conquistata, essendo ovviamente il suo dispositivo per così dire al rovescio rispetto al necessario, diventava quasi impossibile resistere al contrattacco. Suggeriamo a chi voglia farsi rapidamente un’idea di quei tragici campi di battaglia due libri brevi ma magistrali, Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, e All’ovest niente di nuovo di Erich Maria Remarque.

Non esistevano poi ancora parchi di automezzi proporzionati alle dimensioni dei reparti. Il grosso delle truppe si poteva pertanto spostare solo a piedi. Perciò non era possibile far affluire subito grandi rinforzi là dove un tratto di linea nemica era stato occupato. A causa di questo insieme di circostanze ben presto la guerra divenne di puro logoramento, con enormi perdite umane da ogni parte ma senza alcun decisivo mutamento della situazione sul campo.

Anche se non è possibile determinarne il numero con precisione, si può calcolare che, tra militari e civili di tutti i Paesi in conflitto, i morti  della Prima guerra  mondiale siano stati tra i 15 e i 17 milioni. Se poi a questi si aggiungono le vittime della terribile epidemia di “influenza spagnola”, che nel 1918-19 imperversò tra le popolazioni uscite indebolite e denutrite dalla guerra, si arriva fino alla cifra di 65 milioni di morti.

Nel caso del nostro Paese la scelta di entrare in guerra fu più che mai assurda. La classe dirigente del tempo, erede diretta di quella del Risorgimento, cominciò a guardare alla guerra come una buona occasione per completare l’ “Unità d’Italia” togliendo all’ Austria Trento, Trieste, l’Istria e la Dalmazia. Al momento dello scoppio del conflitto nel 1914 l’Italia si era tuttavia proclamata neutrale. Purché restasse tale nel 1915 l’Austria fece sapere di essere disposta a cederle il Trentino, Gorizia e Gradisca, e a dare a Trieste una particolare autonomia facendone un porto franco. Con buone ragioni non intendeva invece rinunciare alla sovranità su Trieste il cui porto, superfluo per l’Italia, era invece il suo essenziale sbocco sul mare. Cedendo invece alle pressioni degli interessi favorevoli alla guerra ( in primo luogo la grande industria metallurgica e metalmeccanica), l’Italia entrò ugualmente in guerra. Per qualcosa  che — ammesso e non concesso fosse indispensabile — si sarebbe potuto ottenere anche con una pacifica trattativa pagammo il prezzo di 650 mila morti, per lo più ma non solo militari, un’immane distruzione di risorse e una grande crisi sociale che poi sfocerà nella dittatura fascista.

Perciò la commemorazione di oggi potrebbe con ottime ragioni consistere soltanto, senza altro aggiungere, in un commosso ricordo e in una preghiera per l’enorme fiume di sangue e di lacrime di cui la Prima guerra mondiale consistette; senza indulgere a strumentalizzazioni di destra, di centro o di sinistra di quella immane tragedia, che peraltro aprì la via all’ancor più grave tragedia della Seconda guerra mondiale.

Resta poi ancora da dire qualcosa sull’ equivoco del concetto di Unità d’Italia, il grimaldello ideologico di cui ci si servì anche per giustificare l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915.Pur se all’ Unità d’Italia sono dedicate piazze e vie in città e villaggi di ogni parte del Paese, a partire dalla piazza maggiore di Trieste, sarebbe ora diventasse chiaro che si tratta appunto di un equivoco. Non sta scritto da alcuna parte, non è un imperativo morale e nemmeno culturale che tutta la gente di una stessa lingua debba far parte di uno stesso Stato. Come dimostrano ad esempio i tedeschi  e gli austriaci si può parlare la stessa lingua e non far parte dello stesso Paese; oppure, per venire a un esempio più vicino a noi, essere di lingua italiana e appartenere da secoli a un altro Paese senza affatto desiderare di venire a far parte della nostra Repubblica, come è il caso degli svizzeri italiani.

Si può decidere di unirsi politicamente, ovvero di restare comunque uniti in un certo Stato, ma questa è un scelta storica e non (come invece si pretese nel Risorgimento) l’incarnazione necessaria di un’entità celeste che già viveva chissà dove in una specie di laico empireo. La differenza non è peraltro solo teorica, ma ha precise conseguenze pratiche. Se infatti si parla di Unità si indica quale ideale qualcosa di  astratto, di puro, di intoccabile cui ci si può solo inchinare senza discutere. Se invece si parla di Unione si indica un obiettivo cui giungere tenendo conto dei legittimi interessi di tutti e così pure di ogni rispettiva identità, comprese quelle dei territori che la storia ha portato dentro i confini dello Stato senza che i suoi abitanti lo desiderassero e senza che fossero di lingua e di tradizione italiana. Se dunque vogliamo che lo Stato italiano venga più amato, o almeno più rispettato, è la strada dell’unione che si deve percorrere; non quella dell’unità  con tutta la retorica e con tutte le forzature che inevitabilmente l’accompagnano.

 

Annunci

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
Questa voce è stata pubblicata in Diario e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a Quattro novembre: l’inutile strage e l’equivoco dell’Unità d’Italia

  1. Michele Fiorini ha detto:

    Ottimo, grazie.

  2. Cesare Chiericati ha detto:

    Condivido in toto. Alla riga otto c’è un errore di data: primo settembre 1917, evidentemente…..

  3. Cisco22 ha detto:

    I lombardi sono sovranisti per la loro regione ma anti italiani quando si parla di unità nazionale! Trieste all’austria fa capire quanto fossero democratici questi tedeschi. Un impero pacifista!
    Non fu Benedettoxv ad essere disfattista ma lei! Potete affermare che i meridionali immigrati al nord sono stati un male? Eppure è così che da ragione dell’Italia!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.